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Domande da non fare a uno scrittore

Chi mi conosce sa che non mi faccio molti problemi a raccontare anche di che colore mi sono tinta i peli delle ascelle la settimana scorsa, ma ci sono certe domande che semplicemente non andrebbero fatte a uno scrittore. Domande che magari sono indice di poco tatto, o che ci mettono a disagio, che ci fanno addirittura soffrire.

Che sia in fiera, in un’intervista, via chat, che sia a una festa tra amici e parenti… è bene ricordarsi che si sta sempre parlando con una persona, e che la figura pubblica di un autore non dà diritto a chiunque di ignorare le accortezze della comunicazione di tutti i giorni. Perché come ogni persona, anche noi scrittori abbiamo dubbi, problemi, e angosce.

Se sei uno sconosciuto, ricordati che l’autore non è a tua disposizione solo perché ha messo in piazza i suoi libri.

Siccome io sono la prima a non avere una buona comprensione dei limiti sociali e dell’etichetta, ne approfitto per fare una lista di quello che so essere poco gradito.

 

Ciao! Sei una scrittrice anche tu? Una volta ho scritto un libro/racconto/memoria autobiografica/poesia! Ti va di leggerlo?

Questo vale soprattutto per gli aspiranti scrittori nei confronti di uno scrittore già pubblicato.

Non è per cattiveria. Giuro. Ma la risposta finirà per essere no.

Dal momento in cui uno scrittore viene pubblicato da una casa editrice, avrà probabilmente poco tempo da dedicare alla vanità di un esordiente. Sarà concentrato sui nuovi romanzi, sulle nuove uscite, sul marketing e sulla necessità di networking.

Io sono sempre alla ricerca di beta reader capaci di comportarsi in modo professionale, di scambiare critiche e pareri sulle nostre opere, ma non ho proprio il tempo (né le competenze editoriali, perché non sono un’agente o un’editor) da dedicare ad aspiranti scrittori che, come me al tempo, stanno iniziando un percorso da zero.

Richieste assurde di questo tipo mi arrivano quotidianamente da perfetti sconosciuti ed eclatanti casi umani che nel 99% dei casi non hanno nemmeno mai letto nulla di mio!

Conversazione realmente accaduta. Xeroton non è nemmeno sotto contratto, tanto per dire. E giuro che SO PERFETTAMENTE chi sono i miei beta reader.
 A che punto sei con il prossimo libro?

Molte persone non hanno problemi a parlarne, io stessa posto aggiornamenti regolari sullo stato di tutti i miei WIP, e non mi faccio spaventare da deadline o da montagne di lavoro. (Ok, lo ammetto: mi faccio spaventare, ma le domande che ricevo non influenzano questa paura).

Ma non tutti siamo uguali, e conosco vari autori che in certe fasi della scrittura soffrono e faticano a raggiungere l’obiettivo che si sono prefissi per tutta una serie di ragioni personali. Questo tipo di domanda non fa altro che aumentare i loro livelli di ansia (probabilmente già alle stelle), e peggiorare la qualità del loro lavoro.

Meglio seguirli sui social e lasciare che siano loro a parlarne quando si sentiranno pronti.

Una domanda più “sicura” in questo frangente è “a cosa stai lavorando in questo momento?” o “quale sarà il tuo prossimo progetto?”

 Puoi darmi un bacio insieme alla dedica? (E vari livelli di becero marpionaggio che non conquisterebbero nemmeno un pinguino nella stagione degli amori nel Polo Nord)

Succede spessissimo da parte di perfetti sconosciuti che non hanno la benché minima confidenza per potersi comportare così.
Non c’è molto da spiegare, anche perché se stai leggendo questo articolo non puoi essere uno di questi elementi, e beh, sarai senza parole esattamente quanto me.

 Puoi raccomandarmi al tuo editore?

Tra un autore e il suo editore (o agente) si crea un legame professionale basato sulla fiducia e sul rispetto. Chiedere una raccomandazione a un autore (oltre che poco carino visto che probabilmente l’autore si è fatto una lunga gavetta per arrivare dov’è), può creare situazioni imbarazzanti e rovinare quella dinamica di professionalità.

Nessun autore vorrebbe mai raccomandare una persona che non conosce bene o di cui non ha mai letto varie opere in modo approfondito. La competenza di un aspirante scrittore non risiede solo nella sua abilità stilistica: la capacità di ricevere critiche, di lavorare umilmente con un editor, di promuoversi e sapersi vendere, sono tutte doti importanti per un editore.

E io non vorrei mai che il mio editore – che mi rispetta – pensasse che io non sia capace di giudizio quando si tratta di altri scrittori.

Ma anche se siamo amici, e ci leggiamo a vicenda, chiedermi una raccomandazione diretta è imbarazzante. Potrebbe essere ok se tu mi chiedessi di nominarmi quando fai la tua proposta editoriale, tipo: “sono il beta reader di Titania Blesh e lei mi ha aiutato nella revisione di questo manoscritto”. Ma chiedimelo, prima. Per educazione.

 Come stanno andando le vendite?

Fare questa domanda è un po’ come chiedere a qualcuno quale sia il suo stipendio.

Premetto che sono tra quelle persone che ritengono che parlare apertamente del proprio stipendio possa solo beneficiare i dipendenti, e non ho mai avuto problemi con questo tipo di domande: ne parlo con i miei familiari e con i miei amici… ma c’è chi preferisce di no. Semplicemente, è qualcosa che “non si chiede”.

Allo stesso modo, chiedere le condizioni del contratto editoriale, chiedere se hai ricevuto un anticipo o se stai guadagnando bene con le royalties… beh, è sempre lo stesso discorso.

Ricordiamoci che spesso un autore guadagna così poco di royalties che per avere uno stipendio decente dovrebbe vendere migliaia di libri al mese (e tutti sappiamo che va molto bene se un autore italiano ne vende mille in tutta la sua vita, di copie!). Quindi chiedere quali sono i guadagni… beh, rischi solo di deprimere questo poveraccio.

 Quando esce il seguito del tuo libro X?

Per quanto possa sembrare una domanda innocente, può fare molto male a uno scrittore.

La scrittura è un business, e se il tuo libro non vende, è normale che il venditore decida di rimuovere il prodotto dal mercato. Chiedendo allo scrittore che, come esordio, ha un autoconclusivo con possibilità di sequel, stai infiammando tutta una serie di nodi dolorosi, risvegliando dubbi e insicurezze. In poche parole, con questa domanda stai anche chiedendo:

  • Come stanno andando le vendite del tuo primo libro?
  • Il tuo editore è contento di te come autore?
  • È pronto a investire altri soldi in te?
  • La gente ti legge?

Immaginatevi come può reagire uno scrittore che viene messo di fronte a queste domande, se già la vita in editoria è un inferno anche quando vendi un sacco di copie.

Vi assicuro che se l’autore ha firmato un altro contratto o sta per pubblicare un sequel… sarà il primo a raccontarvelo!

 Scriviamo un libro a quattro mani?

Gente che non ha studiato una pagina di narratologia ma ti adora come autore e ti chiede di scrivere a quattro mani.

Oltre alle richieste che a primo impatto sembrano più insensate dell’acqua dietetica, ci troviamo davanti a una dinamica in cui l’autore più esperto traina il meno esperto.

A meno che i due autori abbiano un rapporto molto stretto, entrambi consapevoli della competenza e professionalità altrui… meglio stare attenti a come ponete questa domanda. O evitare del tutto.

 Ho un’idea geniale da un milione di dollari. Me la scriveresti?

(Tutto questo senza nemmeno offrirti un centesimo per il ghost writing!)

Mi trattengo dall’esprimere il mio parere diretto, ma la mia risposta su quanto le idee sono meno utili della carta igienica a un velo è in questo articolo.

 

 

E per ultimi, i miei personali favoriti:

 Da dove ti è venuta l’idea di questo libro?

Questa purtroppo è una delle domande che ricevo più spesso durante interviste o presentazioni e… ahh, la odio!

Mi mette proprio in imbarazzo! La nascita di un’idea è un momento così riduttivo nella vita di uno scrittore da essere totalmente trascurabile. Probabilmente ero sul cesso che leggevo il retro del flacone del sapone intimo. Oppure sotto la doccia cercando di districarmi i nodi nei capelli. L’idea è un lampo privo di significato, e raccontarne la storia mi sembra sminuire tutto il VERO lavoro che c’è dietro a un libro.

Quindi cercare di spiegare qualcosa di ridicolo, totalmente privo di significato, a chi si aspetta una risposta stupefacente è… beh, imbarazzante. Per me almeno.

 Ma la protagonista del tuo libro sei tu in realtà?

Questa domanda mi fa particolarmente imbestialire, oltre a essere insensibile e da psicologo da quattro soldi.

Chiunque abbia mai scritto un romanzo con serietà sa che non si può semplificare il lavoro di caratterizzazione del personaggio associandolo alla vera identità dell’autore.

È naturale che ognuno dei miei personaggi abbia qualcosa di “mio”. Cioè, è tutto scritto tramite la mia percezione della realtà, quindi è ovvio che alcuni elementi siano parte delle mie conoscenze.

Ma un personaggio viene creato attraverso una serie di filtri, costruzioni e architetture atte a integrarlo alla perfezione in una trama. Non per soddisfare i bisogni dell’autore di vivere in un altro mondo.

 

 

 

In conclusione, vedrete anche voi che molte di queste domande non sono affatto inaccettabili o maleducate. Noi scrittori siamo abituati a ricevere critiche dai nostri beta lettori, recensioni distruttive dai nostri hater, rifiuti e porte sbattute in faccia. Quindi anche la domanda più scomoda è sempre tollerabile.

Ma per evitare situazioni scomode, come sempre, affidatevi al buonsenso!

Struttura Narrativa

La nemesi dello scrittore: la parte centrale

Ah, la dolce metà! Che di dolce non ha proprio nulla. La parte centrale è spesso la nemesi di ogni scrittore.

La parte centrale, o “il secondo atto” (se si lavora in Struttura a Tre Atti), per molti scrittori si rivela la parte più difficile della storia. Spesso comprende il 50-60% del contenuto, ed è una delle cause principali del famigerato “blocco dello scrittore” (strettamente correlata a una pessima scalettatura).

Prima che diventassi una pianificastorie ossessiva, tutto iniziava ad andare a rotoli verso il 30-40% della storia. Mi ritrovavo paralizzata. La storia si faceva debole, faticavo a proseguire, perdevo l’entusiasmo, non sapevo bene quali eventi inserire e in che ordine.

E invece, la parte centrale è estremamente importante per la creazione di quella curva di risalita che prepara il protagonista ad affrontare il climax.

 Perché la parte centrale è tanto difficile? 
  • Per l’autore, è il momento in cui ci confrontiamo con la nostra premessa e scopriamo per davvero se è abbastanza forte da portarci fino alla fine. O i personaggi e la trama reggono, oppure tutto crolla. 
  • Dal punto di vista del lettore, durante il primo atto c’è l’entusiasmo di un libro nuovo, del personaggio sconosciuto e dei suoi problemi. Nel secondo atto, invece, personaggi e conflitti iniziano a essere familiari, e il rischio è che risultino noiosi e ripetitivi, se non troviamo un modo di “speziare” il tutto.
  • Un altro rischio è quello di creare un minestrone di personaggi e conflitti, senza realmente risalire verso il climax.
  Cosa succede nel secondo atto?

Il ruolo del secondo atto, e di tutta la parte centrale, è scagliare il protagonista (e quindi il lettore) fuori dalla “comfort zone” del suo vecchio mondo. Solo in questo modo possiamo garantirci la totale attenzione del lettore.

Il secondo atto ci mostra il nuovo mondo in tutte le sue difficoltà. Il protagonista non si dirige subito verso l’obiettivo principale (che è troppo complesso per avere una soluzione rapida e semplice), ma deve prendersi il tempo per superare dei mini-obiettivi, un passo alla volta.

Poco a poco, il protagonista apprende le regole del nuovo mondo (particolarmente importante nel caso di sistemi di magia e worldbuilding non familiari!), conosce nemici e alleati, incomincia a scoprire se stesso. Non sarà un percorso facile. Ci saranno difficoltà a ogni angolo, per ogni passo avanti ne farà due indietro, ma poco a poco si avvicinerà all’obiettivo principale.

Difficoltà

Uno dei maggiori problemi della parte centrale è che può avere una struttura abbastanza sciolta da dare allo scrittore tutta la flessibilità necessaria per riempirla. Avere la libertà di muoversi sembrerebbe un vantaggio, ma riempire questi spazi non è un processo naturale per tutti gli scrittori (anzi, forse è meglio rimanere vincolati a strutture vincenti, piuttosto che perdersi in divagazioni improvvisate), e non sempre si ottengono i risultati sperati.

Quindi, se ci troviamo bloccati nella dolce metà, ecco alcuni trucchetti per uscirne:

Macro-tecniche

Obiettivo del Personaggio

A volte, la parte centrale di una storia risulta noiosa o debole perché mancano gli elementi per comporla.
Una causa di questo può nascondersi nell’obiettivo del protagonista: se è lo stesso dall’inizio del libro alla fine, molti degli ostacoli che portano avanti l’intreccio non avrebbero più senso.

Per esempio, se Harry Potter avesse saputo fin dall’inizio che doveva sconfiggere Voldemort, non sarebbe mai andato a Diagon Alley a comprare i libri di scuola, non si sarebbe mai messo a giocare a Quidditch o a fare amicizie. Si sarebbe subito preparato per lo scontro finale.

La cosa più normale è che un obiettivo (il WANT) del protagonista si riveli sbagliato!  Al momento del cambio di obiettivo, il protagonista sta cambiando a sua volta! E questo si intreccia benissimo con un arco di trasformazione del personaggio

Ed è proprio per questo che in una scaletta ben strutturata, il protagonista cambia direzione e mira a quello che sarà l’obiettivo finale. E quando lo fa? Nel midpoint, nel punto centrale.

 

La Struttura a Tre Quattro Atti

Hai usato la Struttura a Tre Atti per scalettare tutto e hai scoperto che il secondo atto dura più di metà della storia? Prova a dividere la struttura in quattro atti:

  • Primo Atto (-> 25%) – Status Quo e Incidente Scatenante
  • Secondo Atto (-> 50%) – Nuovo mondo, protagonista reattivo

Qui è dove cominciano a nascere nuovi problemi: il protagonista è costretto ad abbandonare la sua strada iniziale e a muoversi lungo un percorso diverso, che contiene una sfida aggiuntiva.

  • Terzo Atto (-> 75%) – Protagonista proattivo e fallimento

Qui il protagonista decide di agire di testa sua e si muove attivamente verso l’obiettivo finale.

  • Quarto Atto (-> 100%) – Climax e Risoluzione

Ora le cose si incastrano meglio?

Il Midpoint è il momento della grande decisione: il protagonista non tornerà più indietro sui suoi passi e si metterà completamente in gioco, cosa che lo guiderà verso il grande fallimento.

 

 Pinch Point

Abbiamo visto i punti critici già nelle diverse strutture narrative analizzate finora, e già conosciamo cosa sono i “pinch point”. Letteralmente “punto del pizzicotto”, è il momento in cui vogliamo colpire il nostro protagonista con uno schiaffone che lo lascerà stordito e alzerà la posta in gioco.
Ti sei ricordato di inserire i due pinch point?

 

  Spezza la macro in micro-obiettivi

I micro-obiettivi sono quelle piccole azioni che pian piano portano all’obiettivo finale.

Per esempio: in A Colpi di Cannonau, Fiammetta vuole fuggire dall’isola con una nave. Per ottenere l’obiettivo principale (la fuga dall’isola), deve scomporlo in piccole parti: i micro-obiettivi (comprare la nave, restaurarla, trovare i soldi per farlo, non farsi scoprire da suo marito, formare una ciurma, ecc.)

I micro-obiettivi non solo tengono in vita l’intera metà della nostra storia, bensì mantengono il lettore incollato al libro. Ogni micro-obiettivo scatena delle domande: Riuscirà l’eroe a portarlo a termine? Cosa succederà se fallisce?

Ognuna di queste micro-domande forma nuovi agganci per i lettori, nuove sottotrame, e soprattutto tensione costante.

Try/Fail Cycle o “Sì, ma… No, e…”

Ecco un trucco per centrare i micro-obiettivi:

  • Imposta una serie di scene in cui il protagonista cerca di raggiungere dei micro-obiettivi (inerenti al suo obiettivo principale), e deve affrontare una serie di conflitti per ottenerli.
  • “Sì, ma…” Quando ce la fa, nuovi problemi ancora più grossi gli bloccano la strada.
  • “No, e…” Quando fallisce, ci sono conseguenze positive o negative, che aumentano la tensione e danno al protagonista gli elementi per affrontare nuove difficoltà.

 

Azione e reazione

Un altro modo di vedere le micro-trame è il concetto di azione e reazione.

  • Nella fase di azione, il protagonista cerca di raggiungere un obiettivo, scontrandosi con un conflitto esterno o interno, e spesso si ritrova in una situazione ben peggiore. (Questa fase accade in tempo reale, è concitata e di solito forma una “scena”.)
  • Nella fase di reazione si lecca le ferite, ma alla fine si dà una scossa e si rimette al lavoro con un nuovo piano, usando le conoscenze acquisite dall’ultima batosta. (Questa fase di sofferenza può essere rappresentata anche solo con una o due righe, o saltando di netto il momento di sofferenza e passando subito alla nuova azione.)

 

Sottotrame 

Le sottotrame dovrebbero essere tutte collegate alla trama principale. Relazioni, collegamenti, indizi, tutto quanto deve convergere al climax.

Micro-tecniche

Per uscire dal blocco della metà possiamo farci varie micro-domande che dovrebbero smuovere un po’ le acque.

  • Ti ricordi qual è l’obiettivo principale del protagonista?
  • Come rendere il protagonista ancora più consapevole della posta in gioco?
  • Come posso peggiorare la vita al mio protagonista?

Uno dei segreti per proseguire sono le sottotrame. Quali sottotrame possiamo sfruttare quindi?

Sottotrame tematiche
  • Usa il tuo tema come guida. Se il tema di sottofondo del tuo romanzo è il rispetto per l’ambiente, puoi inserire micro sotto-trame che mostrino alcuni di questi elementi: una persona che usa troppa magia e scatena un incendio per errore, bruciando un bosco intero, e tutte le conseguenze provocate da un gesto sconsiderato
  • Attenzione: questo non significa inserire elementi a caso solo per riempire spazio, ma usare il tema come guida per costruire l’intreccio. Ogni elemento della storia deve essere fine alla storia stessa. 
Foreshadowing: inserisci elementi utili per il futuro
    • Crea connessioni e legami che potrai sfruttare a sorpresa nel secondo atto.

Per esempio, se l’incidente scatenante è che la figlia della protagonista viene rapita, magari viene rapita dopo che lei e la madre hanno litigato, perché la madre è andata a fare una ramanzina al nuovo fidanzatino della figlia. Il fidanzatino potrebbe essere un personaggio (o un elemento) da aggiungere più avanti mentre la mamma massacra a colpi di mitra i cattivi per salvare la figlia.

  • Aggiungere piccoli dettagli o elementi all’inizio della storia ti permette di riprenderli in mano più avanti e sfruttarli per espandere la trama, senza trovarti in un vicolo cieco.

 

Aggiungi un personaggio urticante
    • Un modo per rendere difficile la vita al tuo eroe è farlo imbattere in un personaggio odioso, meglio se non si tratta dell’antagonista, perché già ci aspettiamo tensione tra di loro. Un personaggio irritante può rinfrescare la parte centrale della storia e aiutare l’eroe nella sua crescita (pensate a Draco Malfoy in Harry Potter!)
    • Il personaggio urticante però non deve per forza essere malvagio o maleducato. Deve provocare una reazione, proprio come un’ortica. Deve semplicemente comportarsi in modo da complicare la vita del protagonista e rendere il suo obiettivo più difficoltoso. Se il protagonista sta cercando di ottenere il suo obiettivo attraverso la strada più facile, questo personaggio lo obbligherà a percorrerne una più complicata.
    • Sconfitta e frustrazione sono sentimenti che portano l’eroe a reagire e di conseguenza fanno parte del suo arco caratteriale.
Gioca con le debolezze del protagonista
    • Fai scontrare il protagonista con le sue paure e le sue debolezze. Se è terrorizzato dalle altezze, magari per raggiungere il suo obiettivo deve scalare una parete di roccia.
Complica la situazione a livello etico
    • Fai leva sull’etica del protagonista. Ogni personaggio ha delle credenze e un’etica personale. Presentagli un dilemma (direttamente o indirettamente o tramite il personaggio urticante) che esige una scelta. Una scelta che può sovvertire tutti i suoi valori.

Se siete bloccati nella parte centrale, prendete una manciata di questi consigli e mettetevi a scrivere.

Ma il suggerimento più importante in assoluto, è questo:

Scrivi senza mai fermarti. Arriva alla fine del romanzo senza guardarti indietro.

Tutto prenderà un senso. Una volta che avrai la visione complessiva della storia, tagliare via una scena inutile o ritoccarne un’altra per aggiustare il midpoint diventerà una passeggiata. 

Ma, almeno, quella maledetta metà sarà nero su bianco, una volta per tutte.

Narrativa e Generi

Narrativa Fantasy e Sottogeneri

Cos’è la narrativa fantasy, e perché è così difficile definirla con precisione?

La prima cosa che molti tendono a immaginare quando si parla di fantasy è l’universo di Tolkien. Mi preme calcare il fatto che il genere è infinitamente più vasto di “elfi, nani e orchi”.

No, sul serio. Se Tolkien è l’unica forma di fantasy che ti viene in mente, probabilmente non hai letto altro nella tua vita.

Spesso chi dice di odiare il fantasy ne ha senza dubbio già letti (e amati) senza nemmeno rendersene conto.

E questo è perché ci sono innumerevoli sfumature del mondo della fantasia.

Come ho scritto nel precedente articolo sulla narrativa di genere, tutti i romanzi incorporano diversi componenti di altrettanti generi letterari, e spesso la sola presenza di elementi speculativi o di fantasia non è sufficiente a descrivere ciò che stiamo leggendo.
Per questa ragione, il fantasy è in continua evoluzione e, per meglio inquadrarlo, sono state create ulteriori etichette che chiameremo sottogeneri.

 

Prima di addentrarci nelle sue sfumature, possiamo dividere il fantasy in due grandi categorie, che racchiudono un insieme di ambientazioni e tematiche:

High Fantasy vs Low Fantasy

Le ambientazioni High Fantasy presentano mondi immaginari caratterizzati dalle proprie regole magiche, fisiche e naturali. Gli archetipi High Fantasy sono quelli che abbiamo imparato ad associare al Signore degli Anelli: la lotta del bene contro il male, la missione cruciale da cui dipende l’intera sopravvivenza dell’universo, la figura del prescelto o l’eroe.

Nelle ambientazioni Low Fantasy, la storia si svolge spesso nel mondo reale, turbato da elementi di natura magica o sovrannaturale. I personaggi tendono a essere persone ordinarie.

Urban Fantasy

Uno dei sottogeneri Low Fantasy dall’identificazione più immediata. Ambientato in luoghi realmente esistenti, combina elementi fantastici alla vita di tutti i giorni.

Anche le opere con supereroi possono essere considerate urban fantasy.

Per esempio: The Reckoners di Brandon Sanderson.

Fantasy Storico

Come dice il nome, è una versione più “antica” dell’urban fantasy. Ambientato in epoche passate, si impegna a dare importanza all’accuratezza storica, agli abiti e alle tradizioni del periodo. Pur essendo profondamente speculativo nella sua natura fantastica, cerca di affiancarsi a eventi realmente accaduti o catapulta personaggi inventati in un’ambientazione già definita dalla storia.

Per esempio: A Colpi di Cannonau (di questa scema che scrive articoli) o Dolomites – Cuore di Rovi, di Sara Simoni. 🌹

Dark Fantasy

Combina elementi di fantasy e horror, sbilanciandosi verso quest’ultimo. L’ambientazione è cupa, buia. Il tono è mirato a creare e mantenere ansia e tensione nel lettore.

Romance Fantasy

Più conosciuto nella sua accezione di “paranormal romance”, presenta forti elementi del romanzo rosa ma con l’incognita del fantastico. Qui troviamo la più grande concentrazione di vampiri, lupi mannari e individui tenebrosi. 🧛🏻‍♀️

Steampunk

Un ibrido tra fantasy e fantascienza, la tecnologia è “meno avanzata” e spesso associata a elementi fantastici. L’epoca prediletta è quella vittoriana e non si può parlare di steampunk senza pensare a ingranaggi, meccanismi e cappelli a cilindro. ⚙️

Favole e Fiabe

Anche le favole che ci raccontavano da piccoli fanno parte del genere, così come l’epica antica. Addirittura si dice che l’Odissea sia il primo fantasy mai scritto.

Post-Apocalittico

La fine del mondo è arrivata e solo pochi esseri umani (o no?) sono sopravvissuti. Un futuro in cui ogni cosa è stata distrutta dalla guerra, dalle radiazioni, da un virus o da un cataclisma.

A seconda del livello di tecnologia e di aderenza alla scienza o pseudoscienza, il sottogenere può rientrare anche nella fantascienza.

Epic Fantasy

Caratterizzato da un worldbuilding esteso, l’universo e le sue caratteristiche fantastiche influenzano su larga scala i protagonisti. L’epic fantasy è noto per dare origine a tomi massicci dovuti all’ambientazione dettagliata e a molteplici sottotrame. Nell’epic fantasy più classico possiamo trovare grandi battaglie campali e un’ambientazione medievale/europea, dove la caratteristica determinante è l’eterna lotta tra il bene e il male.

Per fortuna sempre più autori moderni si stanno distaccando dagli stereotipi per creare mondi unici, con sistemi di magia, worldbuilding e personaggi che si allontanano dai tropi ricorrenti.

Opere maestre di epic fantasy (e profondamente diverse tra loro) sono Il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien e Le Cronache della Folgoluce di Brandon Sanderson.
Volete leggere un epic fantasy tutto italiano? 
I Trionfi del Vuoto di Masa è quello che fa per voi.

➡️ Questa breve lista lascia subito intendere quanto i sottogeneri del fantasy possano essere infiniti una volta combinati tra di loro. Avere un “etichetta” per la propria opera è importante ai fini di marketing o per la posizione negli scaffali, ma non è sempre così facile trovare una giusta identificazione.

Come per il mio romanzo young adult Chelabron. 🦀
Riesci a indovinare il suo genere principale?

Narrativa e Generi

Romanzo, Novella, Racconto…

Come sappiamo se la nostra opera d’arte è un romanzo, una novella o romanzo breve, o un racconto?

Semplice: grazie alla sua lunghezza.
Alle sue dimensioni.
Al… va beh… avete capito.

Le dimensioni contano!

Il numero di parole, battute o cartelle definisce il formato dell’opera, ed è un numero molto interessante per l’editore a cui andremo a presentarla.
Dovremmo sempre avere la cura di precisare la lunghezza del nostro dattiloscritto, perché sforare dagli standard editoriali è uno dei migliori modi per ottenere un rifiuto.

Quindi quali sono i fantomatici conteggi che identificano il formato?

  • Flash Fiction (Microstoria): 50 – 3.500 parole (300 – 21.000 battute)
  • Racconto (o Racconto Breve): 3.500 – 7.500 parole (21.000 – 45.000 battute)
  • Racconto Lungo (Novelette): 7.500 – 17.000 parole (45.000 – 102.000 battute)
  • Romanzo Breve (Novella): 17.000 – 40.000 parole (102.000 – 260.000 battute)
  • Romanzo: più di 40.000 parole (più di 260.000 battute)

Il conteggio delle parole di un romanzo può variare in maniera sensibile in base al genere.

Per le pubblicazioni moderne, un romanzo oscilla tra le 80.000 e le 120.000 parole. Editori e agenti tendono a essere piuttosto severi in merito, in particolar modo con gli autori esordienti e senza un pubblico certo.

In Italia la tendenza è dalle 90.000 parole in giù. Da noi, non è un mistero, si legge poco. La pubblicazione di un libro “massiccio” ha costi notevoli e le case editrici non possono rischiare di andare in perdita con un autore esordiente (e non).

A riprova di questo, basti vedere quante case editrici hanno diviso grandi romanzi in più libri (Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di George R.R. Martin, pubblicato in più volumi da Mondadori, o Dormire in un mare di stelle di Christopher Paolini, brutalmente spezzato in due).

Conteggio parole per genere

Rosa o Romance

Tra le 50.000 e le 100.000 parole, la lunghezza dei rosa può variare di molto a seconda del setting in cui si svolge. I romanzi rosa possono essere fantasy, fantascienza, paranormal romance o storici. In questi casi, gli autori devono prestare attenzione all’ambientazione e alle sue regole. Per quanto riguarda i romanzi rosa contemporanei o “chick lit”, il conteggio parole può essere molto più basso.

Gialli, Thriller, Horror

Questi libri possono dirsi al sicuro tra le 70.000 e le 90.000 parole.

Si tratta di generi carichi di tensione narrativa e suspense, che mirano a far trattenere il fiato al lettore in maniera spietata, solitamente con setting già familiari. Di conseguenza, non possono perdersi in centinaia di migliaia di parole, o il lettore potrebbe rischiare di stancarsi.

Storici

Intorno alle 100.000 parole.

Libri per Bambini

La loro lunghezza dipende dall’età a cui sono indirizzati.

Dai libri illustrati ai racconti per bambini, si parte dalle 5 pagine per arrivare alle 25.000 parole.

Young Adult

Pur non trattandosi di un genere ma di un pubblico, i romanzi YA variano dalle 40.000 alle 90.000 parole, a seconda del genere di appartenenza. Come linea generale, dovrebbero essere più “contenuti” in confronto al rispettivo genere per adulti.
Se si tratta di fantasy o fantascienza, ci sono quelle 10-15k parole in più di margine per il setting.

Fantasy e Fantascienza

La lunghezza ottimale è tra le 90.000 e le 120.000 parole, anche se in Italia per un esordiente è sempre meglio cercare di spostarsi verso il limite inferiore.

I romanzi fantasy e di fantascienza sono più “massicci” rispetto ad altri generi perché l’ambientazione e il worldbuilding richiedono il loro spazio. Editori e agenti sono tolleranti verso l’eccesso di parole perché spesso il pubblico vuole “il mattone” a tutti i costi.

Perché? Da amante della letteratura sci-fi e fantasy, posso rispondere con certezza: i personaggi hanno un arco più lungo, il mondo ha il tempo per diventare un luogo familiare, la trama (che spesso va di pari passo con il personaggio) può permettersi di essere estremamente complessa. In poche parole, un romanzo lungo, magari una saga, mi consente di affezionarmi a quello che sto leggendo.

Le case editrici sono pronte a rischiare solo per autori il cui nome è una promessa.

Ecco alcuni esempi di epic fantasy che sforano senza alcun ritegno (e fanno bene!):

  • I Pirati dell’Oceano Rosso, Scott Lynch: 200.000 parole
  • La Via dei Re, Brandon Sanderson: 387.000 parole
  • A Game of Thrones, George R.R. Martin: 284.000 parole
  • La Paura del Saggio, Patrick Rothfuss: 399.000 parole

Fantascienza

  • Hyperion, Dan Simmons: 178.000
  • Leviathan Wakes (The Expanse), James S.A. Corey: 182.000

Oppure prendiamo in considerazione Harry Potter.

  • Harry Potter e la Pietra Filosofale, J.K. Rowling: 76,944
  • Harry Potter e l’Ordine della Fenice, J.K. Rowling: 257,045

Appare evidente che il primo libro della saga è stato scritto per rispettare gli standard editoriali (sforando anche leggermente) di un romanzo fantasy per ragazzi, mentre con Harry Potter e lOrdine della Fenice, la Rowling ha potuto dedicare tutto lo spazio a disposizione all’evoluzione dei personaggi (pensate a quanto cambia Harry in quelle pagine!) e all’ambientazione che ci è tanto cara.

 A Colpi di Cannonau, il mio primo romanzo, è di 85.000 parole. Ho dovuto tenere sotto controllo la lunghezza già in fase di outlining per essere sicura che sarebbe stato adeguato agli standard.
Chelabron, il mio secondo, ha un worldbuilding molto complesso e, pur essendo YA, arriva a 95.000 parole.

Come sempre, non preoccuparti eccessivamente della lunghezza del romanzo in prima stesura. Sforare questi limiti (in eccesso o in difetto) di 20k parole non è un danno irrimediabile. Il tuo editor sarà in grado di limare le parti superflue e la prosa ridondante per adeguare il manoscritto ai conteggi ottimali.

Certo, se ti prepari con una scaletta che segue i giusti atti e snodi della trama, di certo avrai vita più facile!

Revisione

Tono, Atmosfera, Stile

“Non usare questo tono con me!”

Hai notato come ogni storia è in grado di lasciarti addosso una sensazione particolare? Un retrogusto diverso? Sto parlando dell’atmosfera, che a sua volta è generata da una combinazione di tono e stile.

Il tono è dato dal comportamento del narratore (che, ricordiamoci, in narratologia moderna corrisponde con il punto di vista del personaggio) nei confronti degli eventi, dell’ambientazione e degli altri personaggi.

Le parole che usiamo hanno un impatto cruciale sull’interesse del lettore. Un libro può essere anche ben scritto, con tutti gli elementi di trama, personaggi e ambientazione al loro posto, ma se il tono è carente, rischierà di esserlo anche il resto.

A cosa serve il tono?
A rivelare delle intenzioni, oppure a nasconderle.

Il tono che usiamo scatena una risposta emotiva nel lettore: dobbiamo cercare di mirare al controllo assoluto di ciò che trasmettiamo. Questo si applica innanzitutto nella comunicazione di ogni giorno.

Se il tuo capo ti manda un messaggio con scritto “Quando hai cinque minuti ti devo parlare”, suonerà ben diverso da “Hai cinque minuti fare per quattro chiacchiere?”. La prima domanda mi fa scattare quaranta campanelli d’allarme e battere il cuore a mille (beh, io sono particolarmente ansiosa), nel secondo caso rimarrò – tendenzialmente – rilassata.

Immagina di chiedere qualcosa a una persona a cui tieni. Le risposte sono: “ma certo”, “assolutamente sì”, “ok”, e un maledetto pollice in su. Tutte significano ‘sì’, ma il sottotesto cambia brutalmente.

Questa magia è possibile grazie al tono.
E purtroppo, spesso il nostro tono non trasmette quello che davvero intendiamo dire.

Mentre in un film è facile gestire l’atmosfera con luci, filtri e colonna sonora, uno scrittore non ha questi trucchi a disposizione. Ha solo le parole, come le sceglie, e come le trasforma in frasi.

 

E allora come possiamo lavorare sul nostro tono per ottenere un risultato efficace?

Atmosfera

L’atmosfera è ciò che il lettore percepisce mentre legge la scena.

Così come quando parli con qualcuno, il tono nella scrittura influenza la reazione e la risposta dell’interlocutore (o lettore, in questo caso). Se il pezzo suona cupo, teso, il lettore rispecchia quelle emozioni e si prepara a provare tensione. Se l’autore trasmette rabbia attraverso ogni parola, il lettore dovrebbe sentirla riecheggiare dentro di sé.
Insomma… facile come alzarsi la mattina con il sorriso.

Comportamento del personaggio

Una scena raccontata attraverso il punto di vista del protagonista può assumere toni paurosi o spericolati, distaccati o increduli, petulanti o arroganti. Attraverso gli occhi del personaggio, la storia assume nuove sembianze. Probabilmente, la stessa situazione nella realtà ci farebbe scaturire emozione diverse, ma quando il lettore diventa il personaggio stesso, dovrebbe anche riuscire a provare emozioni simili.

Il tono è un ottimo device narrativo per rivelare la personalità del protagonista e le sue motivazioni. Come risponde a una determinata situazione rivela molto del suo carattere.

Attenzione: anche ciò su cui si focalizza per prima l’attenzione del personaggio è cruciale per il tono. Se entrando in una stanza con un cadavere e un dildo di gomma, il protagonista si focalizza su quest’ultimo, probabilmente è uno dei miei personag… ehm, probabilmente è abituato agli omicidi!
(Pro-tip: questa è anche una tecnica di Show Don’t Tell!)

Reazioni

Un modo ancora più preciso per stabilire il tono di una storia (anche attraverso un superbo uso dello Show Don’t Tell) è mostrare le reazioni del personaggio a determinati eventi o rivelazioni. Indifferente, confuso, emozionato, disperato?

Stile

Il tono è ottenuto tramite la scelta delle parole e il loro ordine, la sintassi e come decidiamo di costruire la frase. Questo ne determina la cadenza.
Il tanto famigerato stile non si limita solo a essere “moderno”o “immersivo”, ma è costituito da un arcobaleno di possibilità.

 

Voce

Usa la tua voce. Ho scritto un articolo dedicato alla voce ed è un concetto complesso. Se ne hai una e ne sei consapevole, usala: è una delle tante ragioni per cui un lettore ti rimarrà fedele.

 

La scelta delle parole

Diverse parole con lo stesso significato possono trasmettere un tono diverso. Il senso che diamo alle frasi e alle parole determina il tono. Se dico “capanna in un bosco” la mia mente pensa subito a pace, armonia e tranquillità, ma in un contesto di narrativa horror potrebbe trasmettere pericolo, isolamento, paura. Dipende tutto dalle parole che usiamo e dal contesto in cui sono inserite.

 

Elementi e percezioni

Come reagisce il protagonista a odori, suoni, tatto? Questi elementi possono cambiare il tono. Una squillante risata di un bambino in un parco giochi in pieno sole ha tutto un tono diverso dalla risata di un bambino in un cimitero a mezzanotte.

 

Dettagli e descrizioni

Una situazione può essere descritta in una maniera generale, atona, oppure può avere infinite sfumature.

Per esempio: “Il mio collega è morto” può diventare “il mio collega è stato investito da un ubriaco alla guida” o “il mio collega è perito sconfiggendo il signore oscuro” o “il mio collega è stato soffocato da un cagnolino che non smetteva di leccargli la faccia”. Ognuna di queste frasi ha un’atmosfera diversa che definisce il tono di quello che abbiamo scritto.

Con dettagli più precisi, il tono si fa anch’esso più specifico.

 

Punteggiatura

La punteggiatura può avere un grande impatto. Frasi lunghe, ricche, complesse, trasmettono una determinata sensazione. Punteggiatura frequente, numerosi “a capo”, frasi brevi e d’impatto, sono più mirate a creare tensione, a lasciarti con il fiato sospeso.

 

Stabilisci il tono dalla prima riga

Per questo punto, ti consiglio di leggere il mio articolo sull’incipit e il mio articolo sulla prima frase!

Coerenza

Cerca di mantenere un tono che funziona dall’inizio alla fine del libro.
Non dimenticare che il tono deve rispettare la coerenza del personaggio e del momento. Se un personaggio è felice, tutte le sue azioni, i suoi pensieri e le parole che dice dovrebbero riflettere quella gioia. 

Se ti sembra che una scena non funziona proprio come dovrebbe, forse c’è un’incoerenza nei toni o nell’umore. Ed è qui che i beta reader possono aiutarti a percepire se c’è qualcosa che non funziona.




Qualunque cosa tu scelga di fare, non ti ossessionare in prima bozza. Il tono e l’atmosfera si aggiustano e consolidano nelle numerose fasi di revisioni, alpha-beta-gamma lettura, e negli editing professionali.

Revisione

Incipit – Il Primo Capitolo

Sei anche tu uno di quei lettori che, in libreria, sceglie il libro dalle prime righe?
Se sì, puoi immaginare l’importanza di un incipit capace di lasciarti senza fiato. Un primo capitolo che ti trascina all’interno della storia senza che tu ne possa più sfuggire.
E secondo te, quale criterio usano le case editrici per capire se vale la pena continuare a leggere la tua storia?
Esatto, hai capito.

In questo articolo parlerò di alcuni trucchi per rendere il tuo incipit indimenticabile.

Prologo? Solo se assolutamente indispensabile

Molti agenti preferiscono passare una notte di fuoco con Jabba the Hutt che spararsi un prologo in vena.
I prologhi tendono a infangare l’incipit perfetto. Spesso finiscono per essere infodump pallosi di worldbuilding senza alcun tipo di conflitto se non il male cosmico che minaccia il mondo.
Questo non significa che tu debba per forza scartare il prologo. Se non puoi proprio farne a meno, assicurati che trasmetta tutto il potere del tuo libro.

[N.B. Questo discorso si applica tendenzialmente ad autori non affermati che devono impressionare una casa editrice o che non hanno ancora un pubblico “che si fida”.]

La prima frase. Hook!

La prima frase deve agganciare.
Cerca di non iniziare con cliché, con il tempo o con descrizioni pallose. Soprattutto non iniziare con il protagonista che si sveglia!
Pensa invece a una frase che crei intrigo e curiosità nel lettore.

La voce!

Se hai letto i miei libri, sai che la prima cosa su cui punto è la voce.
Ognuno ha la sua, ma la regola è sempre la stessa:
Fatti riconoscere.
Fatti sentire.
E questo non significa usare prosa forbita e ricca di aggettivi poetici – au contraire, così fai morire ogni voglia di vivere al lettore. Sii chiaro. Diretto. Specifico.
Non ti dilungare, vai dritto al sodo.
Usa il metodo KISSKeep It Simple, Stupid.
Da’ il tuo massimo nelle prime righe, spara tutte le cartucce.

Con voce, mi riferisco anche (o solo?) alla voce del personaggio. Do per scontato che all’alba del 2021 tu stia usando un narratore interno immersivo (che sia in prima o terza persona), quindi fammi sentire la sua voce.
Fai parlare il tuo personaggio. Fammelo conoscere attraverso i suoi dialoghi, fammelo conoscere con una dose in vena di puro sottotesto. I dialoghi sono stupendi. Sono come la pizza.

(Soprattutto se i tuoi personaggi sono arguti e hanno la lingua affilatissima ma, ehi, questa è una scelta personale!)

Inserisci il tono

Pensa a qual è il tono portante della storia e cerca di trasmetterlo al lettore fin dalle prime righe.
E poi cerca di mantenere questo tono fino alla fine. Un inizio che ha poco a che vedere con il resto del libro è un pessimo modo per presentarti ai tuoi lettori. Tipo un pervertito con l’impermeabile.

Scatena la sua curiosità

Non è facile agganciare il lettore, e devi stare molto attento a come ti muovi.
Devi inserire il giusto quantitativo di mistero, ma in modo non confuso e caotico. Devi illuminare poco a poco il percorso, rivelando pezzetti qua e là e mostrando che tu, autore, sei in controllo. Sai cosa stai facendo.
Stai dicendo al lettore: “Tranquillo, presto scoprirai il significato di questo termine. Presto capirai cosa sta succedendo. Sei curioso? Vedrai che le tue domande otterranno risposta. E sarà incredibile.”

Quindi miscela con attenzione il giusto mistero, la giusta confusione, e i giusti momenti di illuminazione.

Inizia in medias res

Fai incominciare la storia il più tardi possibile. Con “più tardi” si intende al limite della tensione, dritto al sodo. Il primo capitolo è certo l’inizio del tuo romanzo, ma non deve essere l’inizio della storia del protagonista. Buttalo già in mezzo al casino! Giusto all’orlo della comprensione, senza dare il tempo al lettore di pensare troppo, o di capire, senza fargli mettere in dubbio se valga la pena leggere o no.

Sei già sulle montagne russe, bello mio! Troppo tardi per ripensarci, adesso non ti stacchi finché il giro è finito!

(A meno che si rompa il carrello. Autore, questa è la tua responsabilità nei prossimi capitoli!)

Le tre parole magiche: Tensione. Conflitto. Pizza.

E NO! Medias res non vuol dire per forza “azione”!

Iniziare in medias res significa iniziare nel mezzo del conflitto. Ma tensione non è sinonimo di azione.

Per questo non sempre iniziare con una scena d’azione intensa (combattimento, sparatoria, fuga da mostri affamati, sesso selvaggio) è l’idea migliore. Se il lettore non prova affiatamento per il protagonista, sarà difficile che gli importi la conclusione dell’azione. Starà ancora aspettando la ragione per cui dovrebbe tenerci!

Per goderci una scena d’azione con il fiato sospeso, dobbiamo anche avere qualcosa da perdere, non basta seguire le rocambolesche avventure di un perfetto sconosciuto. Senza profondità del personaggio, senza contesto, la scena d’azione risulta vuota e non lascia nulla.

Piuttosto crea un mini arco

Il primo capitolo è un ottimo punto per mettere in pratica la questione dei mini-archi per superare i problemi del midpoint (ne parlo in un altro articolo che pubblicherò a breve).
Crea un mini arco, un crescendo e una risoluzione con il suo proprio conflitto (che in seguito potrebbe diventare il vero conflitto della storia, ma all’inizio è trattato a livelli più “piccoli”).
Questo non significa che il primo capitolo debba essere autoconclusivo, ma non è sempre necessario pensarlo solo come un’escalation verso l’inciting incident.

Il tuo protagonista

Il tuo protagonista ha un unico compito: far sì che me ne freghi qualcosa della sua storia.
Se alla fine del primo capitolo non me ne frega nulla del tuo protagonista, se non siamo in qualche modo connessi… ciao, next!

Non mi deve per forza piacere, bada bene. Non mi deve stare simpatico, o sembrarmi morale, o ricordarmi me stessa.
Non devo sapere tutto su di lui.
Ma me ne deve fregare qualcosa. Fammi provare emozioni per lui, fammi provare paura, schifo, curiosità. Mostrami che è una persona interessante e che la sua storia ha rilevanza, che il suo obiettivo potrebbe – in un mondo ipotetico – essere anche il mio.
Dammi un obiettivo, dammi un personaggio pronto a seguirlo, e mi hai fatta tua. (Metaforicamente, eh.)

Non ce ne frega del passato del tuo personaggio

No, giuro.
Non ce ne frega nulla, non nel primo capitolo.
Non mi raccontare i suoi traumi infantili, non mostrarmi flashback, non raccontarmi nulla del suo passato a meno che mi serva nell’immediato di quella scena.
Del tuo personaggio vogliamo solo sapere l’obiettivo, e dobbiamo rimanerne coinvolti.
Ci sarà l’intero romanzo per esplorare la sua backstory.

Oddio non ci interessa nemmeno del suo aspetto!

Cosa c’è peggio di un incipit con un infodump del paesaggio e del tempo? Un infodump con la descrizione del tuo personaggio. Brrr. 
Per coinvolgere i tuoi lettori, fai in modo che il tuo personaggio stia facendo qualcosa di figo che rifletta la sua personalità.
Perdincibacco, non farli guardare nello specchio. No, grazie, nemmeno se sono nudi.
I suoi addominali scolpiti me li puoi mostrare tra una dozzina di capitoli, se proprio ci tieni. (E io ci tengo, grazie!)

Ma ci interessa del suo conflitto!

Qual è la posta in gioco? Cosa rischia il protagonista? Cosa può ottenere? La sua vita cambierà? Riuscirà a portarsi a letto quel manz… ah ok, va beh.
Quesiti interessanti.
Il conflitto deve essere importante, non solo per il protagonista, ma anche per il lettore. Deve avere una certa risonanza.
Il conflitto è ciò che nutre il lettore. Il primo capitolo deve essere un roller coaster senza cinture di sicurezza che porta sempre più in alto, verso il rischio.

Tutto dipende da come stabilisci la posta in gioco e l’obiettivo del personaggio. L’obiettivo può essere qualcosa di grande e importante, o qualcosa di personale.
Salvare l’universo, sconfiggere un tiranno, entrare a lavorare nel cervello di un granchio gigante o rubare una caravella per giocare a fare la piratessa.
Il vero elemento chiave è l’importanza che questa azione ha per il protagonista.

E ovviamente non deve essere facile da ottenere. Per creare la giusta tensione, l’inseguimento di questo obiettivo deve mettere a rischio qualcosa, che sia una relazione, una necessità mentale, o la sua stessa vita.

Raise the stakes! (Alza la posta in gioco, mannaggia a te!)

Dove, come quando?

Un’altra cosa da stabilire nel primo capitolo è il dove e il quando.
L’ultima cosa che vogliamo è che il lettore si senta un Marty McFly sfondato di erba fino alla punta dei capelli e ribaltato su un sedile della DeLorean.

Però attenzione: mettimi dell’infodump in tell, e lancerò il libro fuori dalla finestra con tanta forza da creare un boom sonico. Quindi introduci i tuoi dettagli centellinandoli e con cautela, senza mai trattare il lettore come un idiota.

Accenna al Tema

A volte il tema è sparato in faccia al lettore, a volte è molto più sottile e presente nel sottotesto del libro (indovina quale è la mia preferenza? lettore intelligente, ce lo ricordiamo?). In ogni caso, il tema della storia è un elemento critico.

E dovrà essere accennato, in un modo o nell’altro, in maniera più sottile o più eclatante, anche nel primo capitolo.

 Il Primo Capitolo deve dare un’idea dell’intera storia

Nel primo capitolo devi catapultare il lettore nella storia che racconterai: in una sola occhiata, deve orientarsi con ambientazione, tono, tempo, tipo di azione, protagonista, motivazioni, accenno di conflitto, tema.

Lo so, è così difficile da essere quasi impossibile. Ma è la cosa più importante che tu possa fare.
Il primo capitolo deve contenere tutto.

Questa è la tua promessa al lettore.

Non inserire troppi personaggi, troppi nomi nuovi o troppi concetti complicati

R’slafkk scivolò sul pavimento di Karbhjolite, producendo uno sbuffo di Hubris capace di stordire un Mastodonte Urbolettico delle Praterie di K’hel’zha’fur. Kirahhh lo ammirò con ardore, sospirando, le dita premute contro l’armatura ultrasonica iperpower, le labbra frementi. “Questo manoscritto è cestinato, stronzo.”

 Concludi con un aggancio

Fammi incuriosire. La curiosità nutre il lettore.
Curiosità=Pizza.
Se riesci a farmi chiedere “voglio sapere cosa succede!” hai vinto.

 Riscrivilo. Riscrivilo decine di volte

Puoi naturalmente iniziare a scrivere la prima bozza dal Capitolo 1, ma solo quando avrai la visione completa di tutta la storia, allora potrai tornare a macellare l’incipit. Dovrai magari aggiustare il tono, o come trasmetti il tema, o se hai dato le giuste informazioni riguardanti il worldbuilding e il background.

Dedicaci tutto il tempo necessario.
Una volta pronto, passalo agli alpha reader.
Poi riscrivilo.
Poi passalo ai beta reader.
E riscrivilo.
E indovina un po’?

Scommetto che anche l’editor te lo farà riscrivere, alla fine.

 
Miscellanea

Il Blocco dello Scrittore

Cos’è davvero il blocco dello scrittore?

La mia opinione in merito è abbastanza drastica: il blocco dello scrittore non esiste.

Quello che esiste – ed è fin troppo reale – è la sensazione di malessere che rende difficile anche solo sedersi al computer. È quel momento in cui pensi “oh-ho, si sta avvicinando l’ora di scrivere” e ti sale la nausea, o il groppo allo stomaco. Inizi a somatizzare, insomma.

Ti ricorda qualcosa?

Di recente ho trovato alcune conferme di questo problema nel libro The War of Art di Steven Pressfield.
Non amo molto questi saggi “motivazionali” americani, perché sono tutti infusi da un insopportabile tono di condiscendenza e, per peggiorare le cose, usano la presenza di Dio per sottolineare ogni tesi.
A parte questo, ho trovato esempi molto interessanti che riguardano la vita di uno scrittore, e ne ho estrapolato una serie di punti cruciali.


Come si manifesta il Blocco?

È una sensazione sgradevole, paralizzante. Quando si avvicina “l’ora di scrivere” il mio stomaco inizia ad avere piccoli crampi d’angoscia. Mi sento infelice e irrequieta. Cerco di procrastinare in ogni modo, anche facendo cose sgradevoli tipo riordinare casa, fare la lavatrice, lavare i piatti.

Un malessere generalizzato pervade ogni mia azione.

Inizio a odiarmi. A sentirmi fallita.

Siamo tutti nella stessa barca.

Tutti abbiamo provato questa sensazione almeno una volta nella vita.

Sembra verificarsi specialmente quando cerchi di fare qualcosa di buono per te stesso, qualcosa che richieda lo sforzo fisico e mentale di sviluppare un’abitudine positiva. A me succedeva quando dovevo allenarmi, fare sport, o iniziare una nuova dieta. Per anni ho usato la scusa “non ho tempo” perché l’idea di fare 30 minuti di palestra al giorno mi terrorizzava!
Potrai sicuramente trovare esempi simili anche nella tua vita. Magari fare una telefonata importante che posticipi da troppo tempo, o riordinare quella libreria, o fare qualunque cosa sia importante per la tua crescita personale, ma faticoso da intraprendere.

Ci siamo passati tutti, e per uno scrittore è altrettanto potente. Nel mio caso, sedermi a scrivere è dove questa resistenza si mostra nella sua forma peggiore.

Questo blocco non passa con l’esperienza. Per alcuni non passa mai, e ogni giorno va affrontato come un nemico tutto nuovo.

Lo farò domani.

Cos’è quella forza che ci blocca quando stiamo per metterci a scrivere?

Cos’è che all’improvviso rende tutto il resto più importante? Pulire, cucinare, andare in palestra… all’improvviso i compiti che odiavamo di più diventano prioritari rispetto alla scrittura (che è il nostro sogno, la nostra passione!).
Ci mettiamo a procrastinare.

Alcuni si guardano attorno e cercano qualcosa da fare, qualunque cosa, pur di ritardare il momento. Altri accumulano una serie di scuse e ragioni pur di non iniziare a scrivere. Il lavoro, i figli, i partner, il cane da portare a spasso, gli amici.

Tic toc.

Per alcune persone, questa paralisi lavora in modo contraddittorio. Nel mio caso, mi porta a stabilire deadline irrealistiche o pressoché impossibili.

La forza del blocco è questa: quando una scadenza impossibile da rispettare si avvicina, l’ansia colpisce con più forza. È come se io, mettendomi fretta, mi stessi creando un ostacolo in più. Perché con l’ansia non si lavora bene. Non è facile reggere questo livello di intensità.

In poche parole, ci si costruisce una trappola destinata a portarci in una spirale di fallimento.

La prima cosa su cui deve lavorare uno scrittore è la pazienza.

La verità è che ho paura.

Ma il problema è tutto dentro di noi.

Quella parte di te, quel “blocco”, farà di tutto per tenerti lontano dal tuo libro, e tu cercherai di ingannarti in ogni modo. Ingannarti creandoti ansia, creandoti impegni, creandoti giustificazioni.

È difficile capire il perché accade, è difficile individuare la vera fonte del blocco.
Credo che sia la paura.
Paura di fallire. Di fallire anche il più piccolo step, come raggiungere le tue 2000 parole giornaliere, come riuscire a risolvere quel plot-hole, o rendere una frase comprensibile e d’impatto. È la paura di sedersi davanti al foglio bianco e rialzarsi senza averlo imbrattato.

La paura aumenta più la fine del libro si avvicina. Quando inizi a vedere che l’opera ha preso forma, quando inizi a pensare alle settimane che hai trascorso per arrivare fin lì… la sensazione di blocco è ancora più paralizzante.

Se ci fai caso, è lo stesso crampo allo stomaco che ti impedisce di salire su un roller coaster particolarmente vertiginoso o di tuffarti da un’altezza esagerata.
PAURA.
Come risolverlo? Più sei spaventato, più dovresti convincerti che è proprio quello che devi continuare a fare.

Non lasciarti ingannare dalla tua mente!

Perché ci credo.

Quanto è forte il tuo amore per la scrittura? Se è così importante da riempire ogni tua giornata, è normale che la paura a esso associata sia così forte. È normale che il blocco sembri ogni giorno insormontabile, se scrivere è la tua vita intera.

La soddisfazione che proverai nel terminare il progetto sarà direttamente proporzionale alla fatica che ti ha richiesto.

Come sconfiggere la paura.

La paura non si sconfigge. Ci sarà sempre.

Bisogna agire e non pensare. Bisogna tuffarsi nel fiume appena scavalcato il ponte, e non rimanere fermo a considerare quanto sia alto il tuffo o quanto possa far paura.
Se agisci senza dare credito alla paura che ti soffoca, riuscirai a scrivere.

Trova dei trucchetti per sconfiggere il blocco.
Io ho trovato la strategia migliore dopo una serie di trials and errors:

  • Scalettare scena per scena
  • Scrivere la prima bozza in un’unica soluzione, senza fermarsi, una corsa contro il tempo.
  • Non revisionare mentre stai scrivendo la prima bozza
  • Inserisci dei placeholder quando ti manca vocabolario o una scena specifica.
  • Ricorda: editare è molto più psicologicamente tollerabile, che scrivere da zero su un foglio bianco.

Quando non ho il tempo o la possibilità di seguire alcune di queste regole, oppure qualcosa va storto, si prospettano mesi di agonia. Sul serio.

Potete leggere la mia strategia in questo articolo, come ho scritto un libro, Xeroton, in 8 giorni.

La Procrastinazione.

Se ti senti uno schifo perché procrastini troppo, ricorda questo:

  • Procrastinare non significa essere disorganizzati. Significa non saper gestire le proprie emozioni.
  • Il desiderio di procrastinazione è spesso scatenato da bassa autostima, insicurezza, mancanza di fiducia in sé stessi e di conseguenza ansia.
  • Essere procrastinatori non significa essere pigri.
  • Procrastiniamo perché non siamo in grado di gestire i sentimenti negativi relativi a un determinato task.
  • Procrastinare è una forma di autolesionismo.
Quindi, esiste o non esiste il blocco dello scrittore?

Ora lo sappiamo. Esiste una resistenza, una sofferenza. Esiste una giustificazione a tutto questo.
Ma lasciarci dominare da questa paura? Beh, dipende solo da noi.
Ricordati: tu sei in controllo.

Vuoi che diventi un vero e proprio blocco, o vuoi sfondare la resistenza e uscirne vincitore?

Narrativa e Generi

Narrativa di Fantascienza e Sottogeneri

Nonostante la fantascienza tratti spesso una “scienza speculativa” ambientata nel futuro, questa è solo una definizione vasta e imprecisa, e si suddivide in una miriade di sottogeneri.

Come per il fantasy, esistono due grandi categorizzazioni che tendono a creare una spaccatura tra i cultori.

Hard Sci-Fi

Il centro gravitazionale di questo genere sono tecnologia e scienza, trattate con attenzione rigorosa. La trama della storia tende a ruotare intorno agli effetti diretti della tecnologia e sul suo funzionamento. 

Per poter gestire un genere così specifico, l’autore deve avere una grande comprensione e dominanza degli aspetti tecnici di cui tratterà.

L’esempio perfetto di Hard Sci-Fi è The Martian di Andy Weir, o The Three-Body Problem, di Cixin Liu.

Soft Sci-Fi

Tendo ad associare il termine a tutto quello che non è hard sci-fi. Nella fantascienza soft possiamo infilarci tutto il technobabble (tecnogergo) che vogliamo… nessuno può mettere in dubbio le leggi fisiche che muovono il mio “termonucleatore bidirezionale”, ha (purché siano coerenti con sé stesse)!

In realtà la fantascienza soft è molto di più: si sviluppa intorno alla psicologia dei personaggi, esplora realtà distopiche o in cui la società è evoluta e cambiata, specula su possibilità future.
Non si focalizza tanto su come funziona la tecnologia, ma su come questa influenza la società.


Come sempre, ci sono sfumature e crossover tra tutte le tipologie, e così vale per i vari sottogeneri elencati qui sotto:

Military Sci-Fi

Spesso la ritroviamo nel ramo della hard sci-fi. Esplora la tematica della guerra in scenari alieni, nello spazio o su altri mondi. La tecnologia è futuristica e include armature bioniche, soldati geneticamente modificati, astronavi e armi high-tech.
Il nome deriva proprio dalla spiccata presenza dell’aspetto militaristico.

Science-Fantasy

Un ibrido tra i due generi. Contiene elementi tecnologici ma anche puramente magici. Una spada medievale che s’infiamma è fantasy, un fucile che spara proiettili che squarciano buchi neri nel cosmo sarà science-fantasy.

Il Ciclo di Darkover, Warhammer 40.000 e Star Wars sono esempi di science-fantasy.

Space Opera

Sparatorie, azione, la lotta del bene contro il male e una sana dose di umorismo spicciolo… il nostro adorato Star Wars è il capostipite di questo genere. Firefly è un altro esempio, dove i “buoni” combattono contro i “cattivi” a bordo di un’astronave. Rientra nello spettro della fantascienza soft e ogni elemento – battaglie, personaggi, ambientazioni – è su larga scala, un po’ come l’epic fantasy.

Cyberpunk

Neon, colori accecanti, innesti neurologici e cibernetica, il genere tratta tematiche riguardanti il conflitto tra l’essere umano e la tecnologia. Ora come ora può anche essere usato per descrivere l’ambientazione e le caratteristiche che risaltano in una storia.

The Matrix è un esempio di questo genere.

Distopico

Un futuro dove la tecnologia ha preso il sopravvento e ha vincolato la società a comportamenti limitanti e trattati come negativi. Spesso è caratterizzata da un governo dispotico e dalla totale assenza di libertà individuale. La lotta dei personaggi tende a incentrarsi contro la società.

Narrativa e Generi

Cos’è la narrativa di genere?

Cos’è esattamente la narrativa di genere e quali sono i generi che la costituiscono?

 

Narrativa e saggistica:

La saggistica è una forma di descrivere fatti reali in modo oggettivo, dal punto di vista dell’autore. Biografie, saggi, giornalismo sono considerati saggistica.

Al contrario, la narrativa è un modo di raccontare avvenimenti immaginari o ispirati a eventi reali in modo soggettivo, come miti e leggende. Si possono usare forme letterarie diverse, come il romanzo, la novella o il racconto. Questa forma di raccontare può avere diversi punti di vista e una forte introspezione nei personaggi.

Narrativa di genere e non di genere:

Ma la narrativa si distingue a sua volta in narrativa di genere e narrativa generale (o “non di genere”). A grandi linee, si usava dire che la narrativa di genere fosse “plot-driven” (guidata dalla trama) e la narrativa generale “character-driven” (guidata dal personaggio). Secondo le regole di storytelling moderno, tuttavia, sappiamo bene che una trama efficace nella narrativa di genere, può solo essere accompagnata da un ricco sviluppo del personaggio.
Quindi, chi sta vincendo, eh? 😈

D’accordo, mi sforzerò di mettere da parte le rivalità. Quali sono gli elementi chiave tradizionali che distinguono queste due tipologie di narrativa?

Narrativa Generale

O “Literary Fiction” in inglese, perché più si conosce il nemico, più è facile affrontarlo… (Ok, ok, scriverò un articolo che tratta il mio eterno conflitto con la narrativa generale, ma per il momento mi limito a descriverne i tratti nella maniera più obiettiva e imparziale possibile.)

La narrativa generale si concentra sull’introspezione del personaggio, spesso trascurando la trama della storia. Il personaggio non sta necessariamente cercando di ottenere un obiettivo specifico, non si trova ostacolato da un’opposizione. “Esiste” e basta. Pensa, riflette, si evolve, senza che la trama lo trascini in quel crescendo che caratterizza i generi letterari. Nella narrativa generale si predilige una prosa raffinata, che rasenta la poesia.
Brr. (Ok, scusate, mi è sfuggito!)

Narrativa di Genere

La narrativa di genere è più mirata all’intrattenimento che alla profonda introspezione, e di conseguenza è caratterizzata da una prosa più chiara, pulita e immediata (ma non di certo approssimativa). I temi profondi tendono a essere sottintesi, gli scrittori preferiscono che sia il lettore a interpretarli piuttosto che imboccarlo di forza con cucchiaiate di moralità.
Spesso troviamo finali felici o quantomeno soddisfacenti. La trama tende a svilupparsi intorno alla vita del personaggio, su quello che gli succede attorno, per culminare con un climax di grande impatto “visivo”, che il lettore può seguire con l’immaginazione come se si trovasse in un film.

Si tratta di grandi generalizzazioni, ed è chiaro che non si può sempre appioppare un’etichetta al proprio lavoro (anche se, per motivi editoriali, è consigliato). Nella letteratura, il crossover regna sovrano, non solo tra sottogeneri, ma anche tra generi e addirittura tra tipologie di narrativa. Un esempio è Margaret Atwood, i cui romanzi di successo sono un ibrido tra Narrativa Generale e Fantascienza/Speculativo/Distopico.

I Generi della Narrativa di Genere:

Arrivo al sodo e lascio narrativa generale e saggistica alle mie spalle. Con tutto il rispetto per qualunque forma di letteratura, il mio focus principale è la narrativa di genere.

Ed ecco alcuni dei famosi “generi” che la costituiscono:

Romance o Rosa

Storicamente indirizzati a un pubblico femminile (ma si spera che poco a poco queste distinzioni non si facciano più), i romance esplorano il punto di vista dell’eroina, il cui conflitto principale è la storia d’amore. Le interazioni della coppia determinano la trama, che spesso ruota attorno al risveglio sessuale della donna, che in presenza dell’interesse amoroso viene pervasa da emozioni e sensazioni mai provate prima.

Il romance deve colpire dritto nel cervello delle lettrici e far provare loro quelle emozioni che hanno sempre segretamente sognato e che la vita reale non potrà mai eguagliare. Le scene erotiche dovrebbero concentrarsi sulla sensualità dell’atto e sulle emozioni scatenate, piuttosto che sugli elementi grafici.

Il genere rosa può essere ambientato “dentro” altri generi, come fantasy, storico o fantascienza.

Mystery

Gialli e polizieschi girano intorno alla figura di un investigatore, professionista o meno, che indaga su un crimine. Il corpo (o il misfatto) viene spesso scoperto all’inizio della storia e i colpi di scena che si susseguono implicano i progressi dell’investigazione e i possibili colpevoli.

Come tutti i generi, anche il mystery si dimostra flessibile, a seconda dell’ambientazione in cui viene inserito. Per esempio, “Harry Potter” contiene numerosi elementi di mistero, con depistaggi e colpi di scena, pur essendo un fantasy. 

Horror

La narrativa horror mira a terrorizzare o disgustare il lettore, o ad attrarlo con una morbosa combinazione delle due sensazioni. La sua forma d’eccellenza è il racconto.

Negli anni e con la crescente de-sensibilizzazione dei lettori a mostri e orrori cosmici, l’horror si è spostato verso una componente più psicologica.

Storico

La sua caratteristica ovvia è che è ambientato nel passato. Può svolgersi durante un periodo specifico della storia con protagonisti realmente esistiti. L’importanza nel genere storico è non deviare dai fatti realmente accaduti e attenersi alla filologicità dell’epoca. In questo genere è indispensabile effettuare ricerche approfondite su ogni aspetto del periodo trattato.

Il termine “storico” è riferito quindi solo all’ambientazione: la trama determinerà se il genere è rosa, mystery, avventura…

Thriller

Un genere da leggere con il fiato sospeso, carico di azione e suspence. Temi di questo genere sono attività illegali, droga, violenza, spionaggio, inseguimenti e armi da fuoco. Non è un buon thriller senza un mistero da risolvere e un “plot twist” mozzafiato.

Avventura

Un genere concitato, ricco di azione e adrenalina. La trama si basa spesso intorno a una “ricerca” costeggiata da continui pericoli. Tende a vedere le proprie storie ambientate in giungle, deserti o fiumi in piena, dove i pericoli dell’uomo si alternano a quelli della natura.

Indiana Jones” è il paladino di questo genere.

Fantasy

Esplora elementi magici e soprannaturali che non esistono nel nostro mondo.

Anche se alcuni scrittori applicano elementi fantastici ad ambientazioni realmente esistenti, molti creano universi completamente nuovi, popolati da razze immaginarie, con sistemi di magia unici, flora e fauna e leggi fisiche proprie del loro mondo.
Ricordiamoci sempre che la narrativa fantastica esiste dai tempi dell’Odissea.

Fantascienza

Spesso ambientata nel futuro, ma anche in un presente alternativo, si incentra su tecnologie e situazioni plausibili. Gli elementi scientifici e tecnologici, nello specifico, fanno da ambientazione o da agente scatenante del conflitto dei personaggi. Per qualunque autore la coerenza è cruciale, ma ancora di più per un autore sci-fi, che deve prestare molta attenzione a come imposta le regole del suo mondo.

Young Adult

Non un vero genere, quanto un tipo di pubblico molto specifico: gli adolescenti. YA è infatti un termine utilizzato per definire la letteratura dedicata a un certo gruppo di età, dai 13 ai 18 anni circa, e contenente tematiche specifiche del genere tra cui il diventare adulti, il conflitto con i genitori, il conflitto con la società e il primo amore.

Con questa panoramica generale, non mi resta che entrare nello specifico dei miei generi preferiti, fantascienza e fantasy, ed esplorarne i sottogeneri.

Revisione

Beta Reader – Consigli tecnici per il Beta Lettore perfetto

Dopo aver considerato tutte le avversità del mestiere (alcune delle quali ho elencato in questo articolo sui consigli pratici per beta reader), hai deciso di diventare l’eroe del tuo amico scrittore, il beta reader perfetto?
Senti già la pressione della responsabilità che grava su di te? La salute mentale dell’autore che cede poco a poco?

✍️ Ecco una serie di suggerimenti tecnici e pratici per svolgere il tuo compito al meglio e per ottenere l’eterna riconoscenza (e anche un pezzo d’anima) dello scrittore!

Chiedi delle linee guida.

Cerca di concentrarti su pochi aspetti della lettura.
Spesso, in quanto beta reader, ti dovrai occupare di “come fila” la storia dall’inizio alla fine. Quindi trama, personaggi e scene.
Se l’autore ti chiede “correggimi tutto quello che vuoi” c’è il rischio di disperdere la concentrazione, con un risultato approssimativo e poco approfondito.
Magari per correggere quel refuso ti è sfuggito un problema strutturale o di ritmo, hai perso il filo della narrazione e non hai percepito nella sua totalità la scena che stai leggendo.

Di solito, a seconda della fase di beta lettura, suddivido le mie richieste in “pacchetti”.

  1. Buchi di trama, personaggi e tensione (il pacchetto più importante, su cui investo le maggiori risorse in termini di tempo e persone, che va a rivedere il mio lavoro di developmental editing)
  2. Come suona ogni singola frase (in concomitanza con il lavoro di line editing)
  3. Proofreading e piccoli cambiamenti (di solito solo correzione di bozze)

Se l’autore ti richiede una visione generale della storia e non un line editing, cerca di rispettarlo.
Un editing non richiesto nella fase iniziale della lettura non solo ti farà perdere tempo in quanto beta reader, ma può rischiare di distruggere la sicurezza dell’autore nella sua storia.
Cerca di ascoltare le sue richieste e concentrarti su quelli che l’autore reputa punti carenti in questa specifica fase della scrittura.

Prendi appunti mentre leggi.

🧠 Non fidarti della tua memoria.
Mi sembra sciocco specificarlo, ma sul serio. Non fidarti.
Non svolgere un lavoro approssimativo, lo scrittore ha bisogno di te. I tuoi appunti sono la sua unica chance per migliorare.
Se leggi tutto il libro senza prendere appunti e commentare, trascurerai inevitabilmente molti dettagli. Anche se a te sembrano “piccolezze”, in realtà potrebbero essere cruciali per l’autore.

📝 Prendi sempre appunti: cosa funziona, cosa non ti piace, cosa ti sorprende, cosa non ha senso.

Commenta con il tuo processo cognitivo.

Questo passaggio è particolarmente importante. 
Serve a capire se lo scrittore è riuscito a ottenere quello che intendeva con una determinata scena, o con una serie di indizi lasciati nel corso del romanzo.
🧐 Se qualcosa non funziona saprà dove agire per sistemarlo (così non devi essere necessariamente tu a dirglielo).
Cerca di commentare con i tuoi pensieri ogni volta che ti imbatti in un plot twist, in una scena che ti esalta o che ti fa fare previsioni su quello che succederà.

Per esempio: “secondo me è lui il cattivo” o “secondo me nel passato di X è successo questo”.

Concentrati in particolar modo su:

  • Scene in cui ti sembra che “manchi” qualcosa, o un elemento non è sviluppato a sufficienza.
  • Parti della storia o dei dialoghi che per te sono confusi o non è chiaro cosa stia accadendo.
  • Il flusso e il ritmo dei capitoli. (Ti annoi? Ti esalti? Non vedi l’ora di continuare a leggere? Vuoi buttare il libro nel camino?)
  • Sezioni o scene superflue.
  • Punti deboli specifici per l’autore. Per esempio, io ti direi che i miei punti deboli sono le scene d’azione!
  • Cerca di spiegare sempre perché qualcosa ti confonde o non ti piace. “Questa scena non mi piace perché non ha senso che il personaggio reagisca così.”
Il primo capitolo

Il primo capitolo è di importanza cruciale per catturare i lettori, quindi è la prima cosa su cui ti devi focalizzare quando dai il tuo feedback.

Prova a rispondere a queste domande:

  • Hai conosciuto il protagonista e il suo conflitto principale?
  • Hai capito dove si ambienta la storia, ti sei orientato nei primi passi del nuovo mondo senza bisogno di dover sopportare infodump o descrizioni pesantissime?
  • Hai capito le intenzioni del protagonista?
  • Hai voglia di continuare a leggere?
Sii onesto.

Così come quando scrivi recensioni, a maggior ragione non puoi aiutare gli altri scrittori se non sei pronto a dire tutta la verità. Tutto quello che c’è di buono, e di cattivo.
So che non è facile.
Spesso mi sono trovata a dover segnalare cose che non funzionavano proprio per nulla nel lavoro di altri scrittori, e allo stesso tempo ho ricevuto giudizi simili.
So che non mi vuoi spezzare il cuore, o ferire, o farmi desiderare di aver buttato tutto. (Ti dico un segreto: è la sensazione che provo ogni volta. Dura qualcosa come 10 minuti, poi mi metto subito al lavoro e il libro ne esce migliorato di dieci volte.)

Quindi sappi che la tua brutale (ok, magari brutale ma ricoperta da un dolce strato di caramello) opinione, può davvero fare la differenza per lo scrittore.

Ricordati di includere anche le cose positive.

Non solo i buchi di trama, gli errori o le cose che non funzionano.
⭐️ Specifica anche cosa ti è piaciuto. Un personaggio? Un plot twist inaspettato?
Alcuni scrittori, se martoriati troppo, potrebbero voler abbandonare la storia. Quindi cerca sempre di sottolineare gli eventuali elementi positivi, sempre nei limiti della sincerità.

Ripeto: se non c’è nulla di positivo e i tuoi commenti non sono sinceri, lo scrittore se ne accorgerà.

Sii specifico.

Cerca di essere il meno vago possibile.
Dire a uno scrittore: “bello il tuo libro, mi è piaciuto”, o “la tua trama era noiosa, ho chiuso il libro a metà”, non è di grande aiuto.
Anche se quello che provi è solo una sensazione generalizzata, cerca di sforzarti a tirar fuori il perché ti è piaciuto o meno.
Lo scrittore ha bisogno di qualcosa di concreto su cui lavorare per poterlo migliorare.

Per esempio:

“Questo personaggio è irrealistico” potrebbe essere elaborato in: “Questo personaggio è irrealistico perché nella scena in cui gli stanno smembrando le gambe pezzo dopo pezzo, si sgranocchia una carota commentandone la consistenza.”

Concentrati sui personaggi.

I personaggi sono ciò che guida la narrativa moderna.
Se il lettore non si affeziona ai personaggi, non avrà interesse nella trama. 

Prova a rispondere a queste domande:

  • Ti sta simpatico il protagonista, ti ritrovi con lui?
  • Ti interessa sapere cosa gli succede?
  • Si comporta in modo insensato, solo per seguire la trama?
  • Cosa ne pensi dell’antagonista? Lo trovi interessante? Ha senso quello che fa per ostacolare il protagonista?
  • Ogni personaggio ha una sua voce unica?
  • Ci sono personaggi che ti sono sembrati superflui, troppo stereotipati, fastidiosi?
Concentrati sul worldbuilding.

Questo è un blog di fantascienza e fantasy, quindi il worldbuilding è un aspetto cruciale.

  • Ti senti immerso nel nuovo mondo?
  • Il sistema di magia funziona?
  • C’è qualcosa di non chiaro?
  • Qualche aspetto illogico, che non ti torna?
Concentrati sui plot twist.

Quando uno scrittore pianifica un plot twist, il suo obiettivo è “consegnarlo” al lettore nel modo più eclatante possibile. Il suo compito sarà quindi lasciare tracce e indizi non troppo evidenti per poi colpire i personaggi quando meno se lo aspettano.

Lo scrittore deve sapere se il suo crescendo verso il plot twist ha funzionato, e questo ruolo cruciale può essere ricoperto solo da qualcuno che non conosce la storia a memoria.

Se ti trovi davanti a un twist, prova a rispondere a queste domande:

  • Te lo aspettavi? Era estremamente ovvio?
  • Se te lo eri già immaginato, sei rimasto soddisfatto o la cosa ti ha infastidito? (Rispondi sinceramente!)
  • Il plot twist ha senso? A posteriori, riesci a capire perché si è verificato? (Questo è molto importante, nessuno vuole plot twists alla ‘Game of Thrones’, totalmente inaspettati e fatti solo per scioccare lo spettatore. Vogliamo sviluppare plot twist che, quando li leggi, pensi “ma per forza!” con un senso di meraviglia e soddisfazione).
Il finale.

Ti capita di scagliare il libro nel camino alla fine della lettura?
Sei il beta reader che fa per me, bisognoso di quel senso di soddisfazione che solo un finale chiaro e ben architettato può fornire.

Quindi prova a rispondere a queste domande:

  • Il finale è soddisfacente? (Sia che si tratti di un libro di una saga, sia di un libro autoconclusivo.)
  • Se fa parte di una serie, vorresti leggere il successivo?
  • Hai qualche dubbio irrisolto?
  • C’è qualcosa che non ha molto senso in tutta la storia?
Ricordati di esplicitare ogni tuo dubbio.

Se c’è qualcosa che non ti convince o non hai capito, chiedilo all’autore. Non omettere questo passaggio, è importantissimo.

  • Perché il personaggio X ha reagito in quel modo?
  • Perché c’è quell’oggetto in quel punto anche se prima non c’era?
  • Perché X avrebbe dovuto dire quella cosa?

Abbi pazienza. Spesso, la tentazione dell’autore è di scriverti per rispondere a queste domande.
Non dovremmo farlo, ma ehi, siamo umani e pieni di difetti.
Sorridi e annuisci e ignoraci.
Se siamo abbastanza consapevoli del mestiere dello scrittore, sappiamo anche che alle domande non si risponde personalmente: si agisce direttamente sul manoscritto.

Nota finale

Se ti sei offerto per un lavoraccio del genere, sappi che lo scrittore te ne sarà infinitamente grato, e tu lo starai aiutando a migliorare.
I beta reader sono parte dell’impalcatura che costituisce un grande libro, quindi grazie!