Struttura Narrativa

Scalettare al Contrario – Reverse Outlining

Dove sono i miei esploramondi giardinieri? Quelli che ‘ops, mi sono dimenticato di scalettare e nel frattempo ho scritto un libro’? Quelli che proprio non ne vogliono sapere della pianificazione.
Siete delle persone perverse, ma c’è speranza di redenzione anche per voi!

Ed è grazie alla scaletta al contrario!

Non pianificare non è SEMPRE il male.
Credo che dipenda molto dalle motivazioni di base: se lo fai perché ritieni che la scrittura debba sorgere spontanea dal cuore e liberarsi sulle pagine come uno schizzo di v e r n i c e che trasuda dall’anima, che non può essere imbrigliata, che è libera da ogni regola e crudele costrizione… credo che questo blog non faccia proprio per te.

Se invece non pianifichi in modo doloso, ma sei consapevole della necessità di una struttura narrativa nel tuo progetto, la scaletta al contrario può senza dubbio venirti in aiuto!

Cos’è una Scaletta al Contrario?

Una scaletta al contrario o reverse outline è una scaletta stilata dopo la prima stesura. Questo sistema viene prevalentemente usato in saggistica, ma è applicabile anche alla nostra narrativa.

Nonostante io sia una scalettatrice pianificastorie molto assidua, mi ritrovo quasi sempre a perfezionare la mia scaletta anche in fase di seconda stesura, quindi è una tecnica che consiglio anche a chi ha un approccio alla scrittura simile al mio.

Quali sono i suoi benefici?

La scaletta al contrario può aiutarti in molti modi.

  • Allena la tua mente ad analizzare scena per scena
  • Ti permette di identificare problemi strutturali e rendere più semplice la loro risoluzione
  • Ti permette di armarti di un ottimo piano di revisione, se hai l’esperienza sufficiente per farlo
Come la possiamo stilare?
  • Creiamo una lista con ogni capitolo e/o scena
  • Identifichiamo gli avvenimenti principali di ogni capitolo. È utile tenerli come punto di riferimento per avere la misura della struttura a colpo d’occhio.
  • Analizziamo la struttura e disponiamo indicativamente gli eventi principali all’interno di una struttura narrativa preformata, come il Viaggio dell’Eroe, la Struttura a Tre Atti, o i Battiti della Storia.

 

Esempio del mio schemino quasi-no-spoiler di A Colpi di Cannonau
E poi? È il momento di sistemarla!
  • Assicuriamoci che gli obiettivi del tuo personaggio in quella specifica scena siano chiari e logici.
  • Che ogni azione sia giustificata e abbia senso ai fini della trama.
  • Assicuriamoci che ogni scena contribuisca o alle trame e sottotrame, o al worldbuilding, o alla crescita del personaggio (possibilmente a tutti e tre allo stesso tempo).
  • Assicuriamoci che gli elementi che fanno da planting per gli avvenimenti successivi sono ben inseriti.
  • Valutiamo il ritmo o pacing della scena e confrontiamolo con i picchi caratteristici della struttura narrativa. C’è tensione verso il midpoint? Ci sono i cali di tensione durante la ricompensa o nell’All Is Lost?
  • Annotiamo qualunque dettaglio dovrà rimanere coerente per il resto della storia.
  • Assicuriamoci sempre che ogni scena sia vitale alla storia.
Ecco che abbiamo costruito una scaletta al contrario.

A questo punto, mi piace segnalare con evidenziature rosse gli elementi che voglio assolutamente cancellare dalla scaletta, e con evidenziature verdi quelli che devo aggiungere in fase di seconda stesura.

Note, evidenziatori e commenti sono i vostri amici.

Non abbiate paura a scalettare scene intere e completamente nuove, non abbiate paura a tagliare via interi capitoli.

Questo è il momento in cui potete lavorare sulla big picture senza fare grossi danni, ed è un tool potentissimo a vostra disposizione!

Miscellanea

Sessismo che non vediamo: l’articolo determinativo davanti al cognome femminile

Preferisci i libri di Sanderson o i libri della Rowling?

Perché non chiamiamo gli autori “IL King”, “IL Gaiman”, “IL Calvino”, ma le autrici sono sempre “LA Allende”, “LA Rowling”, “LA Troisi?”

Fino a pochi decenni fa non erano molte le donne a intraprendere con successo la bistrattata carriera della scrittura (o, in generale, ad assumere posizioni di spicco nella società, come nella politica). Questa “stranezza” ci ha meritato addirittura un articolo determinativo tutto per noi. Che culo, neh?

La necessità di “sottolineare” il genere femminile dell’autrice non nasce con intenti malevoli. Per la maggior parte di noi, è semplicemente parte della lingua italiana. Per alcuni vuole invece essere un modo per differenziarci (o addirittura distinguerci con accezione positiva) dal genere maschile dominante in quasi tutti gli ambiti.

Ma la mia domanda è: perché dovrei essere elogiata in quanto donna quando si parla di letteratura? È proprio necessario?

Quale rilevanza ha il sesso di un autore sul contenuto della sua opera?

Nella nostra splendida società patriarcale, questa distinzione conferma soltanto che il sesso viene ancora usato come forma di giudizio. Pure quando si parla di scrittura.

Lo trovo discriminatorio, inutile e inopportuno.

ATTENZIONE: Questo articolo non vuole essere un’accusa verso chi usa e ha sempre usato l’articolo determinativo davanti al cognome femminile, ma un tentativo di sensibilizzazione. 
Io per prima l’ho fatto per anni senza pensarci, e solo di recente ho iniziato a chiedermi davvero il perché di questa scelta inconsapevole.
Non mi piace fare cose senza pensare. Non mi piace dare cose per scontate, soprattutto quando si tratta di temi che mi stanno così tanto a cuore come la parità dei sessi e la scrittura. Prima di gridare al sessismo, mi sono informata, ho ascoltato pareri, e ho riflettuto.

La conclusione a cui sono giunta è che dovremmo eliminare l’articolo determinativo davanti ai cognomi femminili per:
  • Non dare più importanza al sesso di una persona
  • Dare invece credito ai risultati e ai meriti (o demeriti) della persona
  • Rimuovere le discriminazioni nei confronti di tutti i sessi e di tutte le identità sessuali
  • Mettere uomini e donne sullo stesso piano

Non c’è la benché minima ragione logica per usare l’articolo determinativo davanti al cognome di un’autrice!

Dalla pagina Facebook "Man Who Has It All", che inverte i protagonisti di certe frasi maschiliste.

Oddio, panico! Mi sento chiamato in causa! Mi metterò subito sulla difensiva (aka risposte alle polemiche più comuni):

 Ma così non siamo in grado di distinguere se l’autore è maschio o femmina!

È così indispensabile sapere quello che uno scrittore ha tra le gambe o con quale genere si identifica? Stiamo parlando di libri. I fattori che dovrebbero influenzare la nostra lettura sono il genere del romanzo, lo stile di scrittura e il contenuto. Non chi l’ha scritto.

Oppure conoscere il sesso dell’autore influenza il tuo giudizio sul libro? Il sesso dell’autore conta più dell’opera e del suo risultato?

Se due autori hanno lo stesso cognome come faccio a distinguerli?

Usa anche il loro nome, o le iniziali del loro nome.

 “Solo tu ti fai questi problemi”

Non puoi usare le tue esperienze aneddotiche per affermare una verità generale.
Se a te non dà fastidio essere chiamata “LA Pincopallini”, o la mia lotta ti sembra superflua, questo non significa che altre donne la pensino allo stesso modo. Magari potresti cercare di empatizzare con la loro esperienza, cercare di capire la motivazione di fondo da cui nasce questo problema.

Per favore, soffermati a pensare su ogni aspetto di questa problematica, invece di sentirti sotto attacco solo perché questo concetto è fuori dalla tua comfort zone e non rispecchia le abitudini di tutta una vita.

Abitudine è tradizionalismo. Tradizionalismo è, quasi sempre, sessismo.

 “Si è sempre fatto così”, “è solo una parola”

Le parole sono lo scheletro della società moderna. Viviamo di parole. Servono a concretizzare i concetti in modo da comprendere meglio la realtà. Pensiamo agli insulti: una fetta enorme è fondata su insulti discriminatori, razziali, sull’aspetto fisico, e maschilisti, e questi trasformano la nostra visione delle cose in maniera impercettibile e costante.

Quindi no, l’articolo determinativo di fronte al cognome di una donna non è “solo una parola”, e rema contro il tentativo di normalizzare scrittore e scrittrice. Come dare a un uomo della “femminuccia” con accezione dispregiativa, anche questa differenziazione ci porta sempre più lontani dalla parità dei sessi.

Lavorare sulla nostra lingua non eradicherà mai il sessismo da un giorno all’altro, ma senza dubbio ci porterà ad acquisire la mentalità del “mi soffermo a pensare cosa sto dicendo” che trovo indispensabile per influenzare la nostra visione della società.

Nessuno diventa antisessista dall’oggi al domani. È un lavoro lento e faticoso anche per chi ha le migliori intenzioni, e dobbiamo usare ogni arma in nostro potere per cambiare mentalità.

 “Sei una nazifemminista politically correct”

Questo articolo vuole solo togliere un sassolino dal muro che ci separa dalla totale parità dei sessi. Personalmente, voglio essere trattata alla stregua del mio collega maschio. Voglio che quando qualcuno compra un mio libro non si chieda chi l’ha scritto, ma se lo goda indipendentemente dal mio sesso.

Sto chiedendo di vincere concorsi o di essere scelta per collaborazioni NON perché sono femmina, ma per come scrivo.

Ti sembra nazifemminismo?

 “Ci sono problemi più gravi”

Ovvio che ci sono problemi più gravi, e io mi impegno in tanti modi per combatterli. Questo non significa che sono pronta a trascurare un’incongruenza con cui mi scontro ogni giorno in quanto scrittrice.

È meno importante della violenza di genere? Certo. Ma forse è qui dove ANCHE TU puoi iniziare ad agire. Adesso. Senza sforzo.
Contribuendo in qualche modo a questa lotta.

 “Va contro le regole dell’italiano”

Secondo l’Accademia della Crusca, l’articolo davanti ai cognomi femminili ha lo scopo di individuare il genere della persona a cui ci si riferisce e “fare chiarezza”. Ma la mia domanda, ancora una volta, è: perché questa chiarezza dovrebbe mai essere necessaria?

Quindi, se sei un assiduo seguace delle regole dell’italiano, puoi sempre formulare la frase in modo che non contenga l’articolo. “Licia Troisi”, invece che “la Troisi”. “J.K. Rowling” invece che “la Rowling”.
Chiamarmi “Titania Blesh” invece che “la Blesh” non ti farà arrivare in ritardo all’appuntamento con l’Agenzia delle Entrate, giuro.

Dalla pagina Facebook "L'uomo che non deve chiedere mai", versione italiana di "Man Who Has It All".
CONCLUSIONE

L’italiano è una lingua intrinsecamente sessista (lo dice l’Accademia della Crusca, mica solo io).

In inglese siamo già secoli avanti, con la presenza dei genderless nouns e la più recente—e ci voleva!—introduzione del “they” come pronome singolare neutro.

Ma viviamo in un mondo in continua evoluzione, e ogni piccola azione che lavora a cambiare la nostra mentalità può solo aiutarci a migliorare come esseri umani.

Il sessismo si combatte così. Pensando TANTO. Riflettendo continuamente sulle motivazioni dietro ogni azione, dietro ogni parola, dietro ogni pensiero impulsivo. Perché ognuno dei nostri pensieri è stato forgiato da una società profondamente maschilista, e l’unico modo per liberarcene è fare piccoli sforzi, poco a poco, fino a quando queste stranezze diventeranno la nuova normalità.

Io sono ancora lontana da riuscire in questa impresa, ma cosa faccio quando mi succede di essere involontariamente sessista? Mi correggo. Mi scuso, e cerco di stare più attenta la prossima volta.

Ci tenevo a portare sul tavolo questo argomento perché mi fa soffrire, e sembra che venga del tutto ignorato o bypassato anche dai miei colleghi scrittori e scrittrici. A volte, per comprendere un concetto mi ci devo soffermare a lungo e pensare perché la cosa mi urta così tanto. Per me è un continuo realizzare che tante delle cose che faccio sono sessiste a causa della società. E ogni volta che me ne rendo conto, o me lo fanno notare, mi sembra di aver fatto un piccolo passo avanti.

Questo è il mio piccolo contributo, insieme ai miei libri, contro il sessismo nell’ambiente letterario.

Scrittori e lettori, facciamo insieme questo passo verso il futuro.

— Titania Blesh (e non “la Blesh”, grazie!)

 

Volete saperne di più?

Il Sessismo nella Lingua Italiana di Alma Sabatini
Femminili Singolari di Vera Gheno

Volete imparare a riconoscere stereotipi di genere a cui non avevate mai pensato? La pagina Facebook ironica “L’uomo che non deve chiedere mai” ribalta gli stereotipi di genere con dei meme che fanno spaccare.

Worldbuilding

Sistemi di Magia – HARD MAGIC e SOFT MAGIC

Se vi è capitato di assistere a una delle mie interviste con Sara Simoni, mi avrete già sentito parlare di sistemi di magia hard e sistemi di magia soft.

È una terminologia che fino a pochi anni fa non esisteva. Brandon Sanderson, il più illustre autore di bestseller fantasy di quest’epoca, ha coniato queste definizioni per spiegare come la magia viene applicata in un romanzo fantasy, e come ne influenza la struttura.

Definizioni

🪄 Soft magic: un sistema magico le cui regole e limiti (se esistenti) non sono comprensibili dal lettore.

🧲 Hard magic: un sistema magico regolato da una struttura ben precisa che implica severe limitazioni per il fruitore, e che il lettore è in grado di capire in quasi tutta la sua completezza.

Differenze tra hard e soft magic

La differenza tra i due sistemi non è quindi il tipo di magia, ma il livello di comprensione del lettore di tutto il sistema magico.

Per determinare la tipologia del nostro sistema, dobbiamo decidere come e quanto lo intediamo spiegare al lettore. Non importa quante regole e limitazioni stabiliamo nel nostro file di worldbuilding: se il lettore non le conosce, il nostro sistema non potrà essere definito hard.

Riuscite a vedere la difficoltà in questo?

  • Se il protagonista punto di vista non conosce il sistema, dovremo poco a poco introdurlo attraverso la figura di un mentore (o con altri escamotage) in modo da farlo conoscere anche al lettore.
  • Se il protagonista è un esperto utilizzatore della magia, sarà ancora più difficile spiegarla al lettore. Perché? Lo sai già. Perché la parola SPIEGARE è bandita in narratologia moderna! Lo dovremo quindi mostrare attraverso scene che s’incastrano sia con la trama che con l’arco di trasformazione del personaggio.
Uno spettro, non mutuamente esclusivi

Da quanto detto sopra, si può intuire che il sistema magico hard o soft non si può decidere arbitrariamente, come se fosse un interruttore. È invece uno spettro che va dal soft all’hard (sì, lo so, abbiate pazienza!)

Brandon Sanderson definisce i suoi sistemi di magia “hard all’80%”, perché ci sono sempre elementi che rimangono nascosti per una ragione o per l’altra (ma spesso perché parte delle sottotrame s’incentrano sul mistero e sulla scoperta di questi elementi occulti, come in Mistborn).

Il sistema di magia di A Colpi di Cannonau, per quanto io ne conosca quasi tutte le regole, è praticamente sconosciuto al lettore. I protagonisti (e di conseguenza i lettori) conoscono solo una parte del sistema di magia, quindi lo catalogo più nello spettro del soft.

Perché scegliere un hard magic system?
  • Il lettore ha una profonda comprensione della magia nel mondo.
  • Grazie a questa comprensione, gli è chiaro fin da subito quale sia la posta in gioco.
  • Di conseguenza, la risoluzione di un conflitto è molto più soddisfacente, perché ci si sente parte del mistero o dell’azione, conoscendone le regole e “risolvendo l’enigma” insieme o addirttura prima del protagonista.
  • I plot twist sono spesso legati al sistema di magia e devono essere logici.
  • Questo migliora le capacità dell’autore di risolvere i conflitti in modi interessanti, modi che il lettore sia in grado di comprendere.

Il grande vantaggio del sistema hard sono proprio le sue limitazioni. Secondo la Seconda Legge di Sanderson, le limitazioni sono molto più interessanti dei poteri.

  • Cosa succede quando il Mistborn ha assorbito tutti i metalli nel proprio corpo e si trova sospeso a 100 metri da terra?
  • Cosa succede quando la Zipa perde il doblone magico con cui i suoi poteri stavano reagendo?

Con un buon sistema di magia hard, la (deludente) sensazione di deus ex machina sarà ridotta o eliminata. Infatti il lettore riconoscerà la soluzione finale come parte delle regole che aveva già appreso in precedenza, e il momento di realizzazione sarà tanto più potente quanto le regole che lo supportano avranno senso.

Perché scegliere un soft magic system?
  • È ricco di mistero e sense of wonder.
  • L’autore può permettersi flessibilità nel risolvere conflitti tramite la magia.
  • Non ci sono limiti a quello che la magia può fare, l’autore può impazzire con effetti speciali.
  • Non c’è bisogno di “dare spiegazioni” al lettore, più focus sulla storia e sui personaggi.
  • Il sistema magico è sottoposto alla trama, non viceversa.

Il potere narrativo del sistema magico soft è quello di far rimanere il lettore a bocca aperta davanti a eventi soprannaturali dal potere smisurato. Il senso di meraviglia ed epicità è quello che cerchiamo a tutti i costi di evocare quando usiamo questo sistema.

Purtroppo, a volte le risoluzioni magiche sembrano saltar fuori di punto in bianco senza una vera ragione logica, e questo potrebbe creare irritazione o scontento nel lettore. (Pensate a quante polemiche si creano su Harry Potter o Il Signore degli Anelli, da lettori che amano razionalizzare ogni cosa.)

Una via di mezzo

In realtà, la stragrande maggioranza dei sistemi di magia è ibrida.

In A Colpi di Cannonau, una parte del sistema è chiaro e ben compreso dai protagonisti (vicinanza con i dobloni, effetti passivi ed effetti attivi sulla magia delle Zipa) ma una parte è completamente ignota e soft (con che criterio vengono assegnati i poteri alle Zipa? Quali effetti possono causare e perché?), con regole nebulose e capaci di meravigliare il lettore.

Entrambi i tipi di magia forniscono profondità e significato alla storia, ma in modo molto diverso.

Lo stesso può essere detto per Harry Potter: sembra che dietro incantesimi, pozioni e trasfigurazione ci siano regole ferree, ma a volte pur di servire la trama tutte queste regole sembrano perdere senso per lasciar spazio a scene mozzafiato e magie incredibili.

Conclusioni

Che sia soft, hard o ibrido, il sistema di magia che sceglieremo andrà a impattare la nostra storia e come impostiamo la scaletta, la risoluzione dei conflitti e i plot twist. Quali sono le tue necessità come scrittore? A quali elementi vuoi dare priorità?

Come sempre, non c’è una via giusta o sbagliata: l’importante è essere consapevoli della nostra scelta e rimanere coerenti con essa.

Worldbuilding

I quattro Sistemi di Magia – HARD, SOFT, RAZIONALE e IRRAZIONALE

Per noi scrittori di fantasy e fantascienza, il sistema di magia è uno degli elementi portanti del nostro worldbuilding. Dà spessore al mondo che abbiamo creato, genera conflitti nella trama e aiuta a sviluppare gli archi dei personaggi. Spesso è uno degli elementi chiave intorno a cui ruota l’intera storia.

Ma cos’è un sistema di magia?

È un insieme di strutture che regola questa forza sconosciuta, dandogli una forma e una struttura definita e (su vari livelli) comprensibile.

Il maestro che ha rivoluzionato la visione dei sistemi di magia è stato proprio lui: il mitico Brandon Sanderson. Con Elantris e Mistborn ha fatto nascere in me un desiderio lancinante di lavorare a sistemi di magia scientifici. Ha toccato la lettrice sci-fi che c’è in me, e ha fuso il mio amore per il fantasy con quello per la scienza.

Brandon Sanderson in persona ha coniato i termini “hard magic” e “soft magic”, ed è diventato il pioniere del sistema hard rational, stilando una serie di regole che sono passate alla storia della narratologia come “Le Leggi della Magia di Sanderson.” 

Hard o Soft? Razionale o Irrazionale?

Prima di tutto è importante specificare che queste definizioni sono solo un’analisi sul modo in cui intendete lavorare come autori, e dove volete inquadrare il vostro sistema di magia. Non sono regole ferree, ma ferri del mestiere (come una scaletta lo è per la progettazione della trama).

Qualunque combinazione di questi sistemi di magia non è un indicatore della qualità o del realismo del sistema stesso, né tantomeno della competenza dell’autore. Ciò che è importante è come viene implementato e usato nella storia.

Ma andiamo ad analizzare questi quattro sistemi magici e cosa significano per uno scrittore. Per maggiori approfondimenti, C.R. Rowenson ce ne parla sul suo canale di YouTube.

💎 SISTEMI HARD: I sistemi hard magic hanno regole chiare e limitazioni severe che il lettore comprende nella sua quasi totalità. Il lettore sa chi può usare la magia, come, quali poteri avrà, e quali limiti.

🪶 SISTEMI SOFT: I sistemi soft magic si basano sul ‘sense of wonder’: non hanno regole comprensibili dal lettore e sono avvolti dal mistero.

In pillole: SOFT e HARD determinano il livello di conoscenza del lettore del sistema magico.

🧠 SISTEMI RAZIONALI: Il sistema di magia ha un senso logico ed è coerente con sé stesso. Anche se non è del tutto comprensibile dal lettore a livello scientifico e tecnico, tutto quello che accade è spiegabile tramite azione e reazione. Lo scrittore stabilisce dei precedenti e dei pattern che il lettore può interpretare, e con cui può immaginare cosa succederà e come la storia e il protagonista saranno influenzati o limitati da essi. Il lettore sa che se succede X, allora ha senso che accada Y.

SISTEMI IRRAZIONALI (o nebulosi): Il sistema di magia non ha molto senso logico. Poteri ed effetti magici sono slegati tra di loro e accadono per ragioni non del tutto chiare, spesso imprevedibili e in modo non ben quantificabile.

In pillole: RAZIONALE e IRRAZIONALE descrivono la logica del sistema magico.

Riassumendo: Hard/Soft è quanto del sistema riusciamo a vedere. Razionale/Irrazionale è quanto il sistema è coeso con sé stesso.

Analizziamo i sistemi di magia

Prima di tutto, un altro disclaimer: come potrete intuire, queste definizioni sono molto vaste, ed è impossibile quantificare sia il livello di logica di un sistema di magia, sia il livello di “informazioni in possesso del lettore”. Questo perché la logica è lasciata all’interpretazione personale, mentre le informazioni possono essere parte di un foreshadowing non ancora rivelato dall’autore.

Brandon Sanderson stesso dice: “Considero i miei sistemi di magia hard all’80%, forse un po’ di più. Il mio paradigma personale è sviluppare un magic system complicato, spiegabile nel modo più semplice possibile, ma che abbia un vasto background e molte regole ‘dietro le quinte’. Molti di questi meccanismi non vengono spiegati nei libri, specialmente all’inizio.”

Di conseguenza, le mie analisi sono supposizioni basate sulla mia interpretazione, quindi sarei felice di sentire la vostra opinione in merito.

Ecco come ho catalogato alcuni magic system con il grafico di Rowenson:

Hard Irrational (chiaro al lettore, ma irrazionale)

  • Chelabron
  • Supereroi

Hard Rational (chiaro al lettore e logico)

  • Mistborn
  • Xeroton

Soft Irrational (non chiaro, illogico)

  • Il Signore degli Anelli
  • Star Wars
  • Harry Potter

Soft Rational (non chiaro, ma con una sua logica)

Un po’ di considerazioni.

HARD IRRAZIONALI:
  • Un esempio famoso sono i poteri dei supereroi, per esempio quelli dell’universo della Marvel (che non conosco benissimo, quindi perdonate le gaffe). Sappiamo tutti quali poteri ogni “supereroe” possiede (hard magic), ma questi poteri sono piuttosto casuali a livello logico.
  • Nel mio romanzo science-fantasy Chelabron troviamo quest’arma – il chelabron – che “spara” proiettili dagli effetti straordinari. Anche se il sistema di magia viene rivelato al lettore attraverso le scoperte della protagonista, gli effetti stessi sono caotici e discordanti, non del tutto supportati dalla logica scientifica che fa da reticolo al sistema.
HARD RAZIONALI:
  • Tutti conoscete Mistborn (sia i primi tre volumi, che la Seconda Era, consigliatissimi). Ci sono così tanti elementi scientifici che addirittura troviamo ragionamenti matematici in merito. Stessa cosa si può dire dei vari sistemi di Sanderson: dalla Saga della Folgoluce al Ritmatista.
  • Xeroton, il mio sci-fi, ha un sistema di magia hard razionale basato sugli ormoni: conosciamo gli effetti di ogni singolo ormone sul corpo umano, e allo stesso tempo possiamo immaginare e dedurre cosa succederà ai personaggi se dalla situazione X si presentasse la situazione Y.
SOFT IRRAZIONALI:
  • Il Signore degli Anelli è l’esempio eclatante. È nebuloso, non è chiaro da dove arrivi la magia, come funzioni, e chi ne sia in possesso. Viene usata in modi misteriosi e inspiegabili, e non ci sono correlazioni tra eventi magici. Il lettore non può estrapolare da sé altri scenari di magia, perché non ha abbastanza informazioni per farlo.
  • Harry Potter si sposta invece più verso la linea centrale quando si tratta di hard e soft. Perché molte delle sue regole sono delineate (pozioni, incantesimi ecc), ma allo stesso tempo è pieno di incongruenze messe in atto per adattarsi alle necessità di trama.
SOFT RAZIONALI:
  • A Colpi di Cannonau è un sistema soft razionale, che forse è il più difficile da scrivere e rappresentare (almeno per me). Perché? Perché devo costruire un sistema hard razionale, ma mostrarlo come un sistema soft razionale! Dietro ai poteri delle Zipa ci sono delle regole che hanno senso, una magia che è nata in modo logico. Eppure, le regole (a me note) non sono descritte nel dettaglio e il lettore ne è ancora all’oscuro. L’obiettivo qui è mostrare magie logiche, ma senza che i personaggi (quindi il lettore) ne sappiano ancora quasi nulla.
Perché ci piacciono sempre di più i sistemi hard e razionali?

Se un tempo i lettori mandavano giù qualunque cosa, adesso le necessità sono cambiate. Sì, siamo diventati più esigenti: vogliamo essere coinvolti dall’inizio alla fine, vogliamo vivere nella testa del personaggio, vogliamo arrivare a certe conclusioni senza che lo scrittore ci imbocchi col cucchiaino.

Ma soprattutto, non ci fidiamo dello scrittore.  Vogliamo rendere difficile la vita dei protagonisti: senza scorciatoie, senza trucchetti.

Il lettore non vuole sentirsi ingannato.

In un sistema soft e irrazionale, lo scrittore può usare la magia come gli pare per risolvere qualunque problema. Invece, in un hard razionale, ne conosciamo già le regole, e se qualcosa di inaspettato accade, rimaniamo sbalorditi perché ha totalmente senso ma “non me lo sarei mai aspettato, come ho fatto a non pensarci?”.

Se ci fate caso, Harry Potter e Il Signore degli Anelli hanno dei sistemi di magia odiatissimi e controversi, dove orde di persone ne criticano la logicità. Di rado ho sentito critiche su Mistborn. Che sia giusto o meno, è chiaro che i lettori di fantasy moderno (quello che cerchiamo di scrivere noi, se siete arrivati a leggere fino a qui!) hanno delle esigenze diverse.

Trovate un approfondimento sui sistemi hard e soft magic in questo articolo!

Miscellanea

Domande da non fare a uno scrittore

Chi mi conosce sa che non mi faccio molti problemi a raccontare anche di che colore mi sono tinta i peli delle ascelle la settimana scorsa, ma ci sono certe domande che semplicemente non andrebbero fatte a uno scrittore. Domande che magari sono indice di poco tatto, o che ci mettono a disagio, che ci fanno addirittura soffrire.

Che sia in fiera, in un’intervista, via chat, che sia a una festa tra amici e parenti… è bene ricordarsi che si sta sempre parlando con una persona, e che la figura pubblica di un autore non dà diritto a chiunque di ignorare le accortezze della comunicazione di tutti i giorni. Perché come ogni persona, anche noi scrittori abbiamo dubbi, problemi, e angosce.

Se sei uno sconosciuto, ricordati che l’autore non è a tua disposizione solo perché ha messo in piazza i suoi libri.

Siccome io sono la prima a non avere una buona comprensione dei limiti sociali e dell’etichetta, ne approfitto per fare una lista di quello che so essere poco gradito.

 

Ciao! Sei una scrittrice anche tu? Una volta ho scritto un libro/racconto/memoria autobiografica/poesia! Ti va di leggerlo?

Questo vale soprattutto per gli aspiranti scrittori nei confronti di uno scrittore già pubblicato.

Non è per cattiveria. Giuro. Ma la risposta finirà per essere no.

Dal momento in cui uno scrittore viene pubblicato da una casa editrice, avrà probabilmente poco tempo da dedicare alla vanità di un esordiente. Sarà concentrato sui nuovi romanzi, sulle nuove uscite, sul marketing e sulla necessità di networking.

Io sono sempre alla ricerca di beta reader capaci di comportarsi in modo professionale, di scambiare critiche e pareri sulle nostre opere, ma non ho proprio il tempo (né le competenze editoriali, perché non sono un’agente o un’editor) da dedicare ad aspiranti scrittori che, come me al tempo, stanno iniziando un percorso da zero.

Richieste assurde di questo tipo mi arrivano quotidianamente da perfetti sconosciuti ed eclatanti casi umani che nel 99% dei casi non hanno nemmeno mai letto nulla di mio!

Conversazione realmente accaduta. Xeroton non è nemmeno sotto contratto, tanto per dire. E giuro che SO PERFETTAMENTE chi sono i miei beta reader.
 A che punto sei con il prossimo libro?

Molte persone non hanno problemi a parlarne, io stessa posto aggiornamenti regolari sullo stato di tutti i miei WIP, e non mi faccio spaventare da deadline o da montagne di lavoro. (Ok, lo ammetto: mi faccio spaventare, ma le domande che ricevo non influenzano questa paura).

Ma non tutti siamo uguali, e conosco vari autori che in certe fasi della scrittura soffrono e faticano a raggiungere l’obiettivo che si sono prefissi per tutta una serie di ragioni personali. Questo tipo di domanda non fa altro che aumentare i loro livelli di ansia (probabilmente già alle stelle), e peggiorare la qualità del loro lavoro.

Meglio seguirli sui social e lasciare che siano loro a parlarne quando si sentiranno pronti.

Una domanda più “sicura” in questo frangente è “a cosa stai lavorando in questo momento?” o “quale sarà il tuo prossimo progetto?”

 Puoi darmi un bacio insieme alla dedica? (E vari livelli di becero marpionaggio che non conquisterebbero nemmeno un pinguino nella stagione degli amori nel Polo Nord)

Succede spessissimo da parte di perfetti sconosciuti che non hanno la benché minima confidenza per potersi comportare così.
Non c’è molto da spiegare, anche perché se stai leggendo questo articolo non puoi essere uno di questi elementi, e beh, sarai senza parole esattamente quanto me.

 Puoi raccomandarmi al tuo editore?

Tra un autore e il suo editore (o agente) si crea un legame professionale basato sulla fiducia e sul rispetto. Chiedere una raccomandazione a un autore (oltre che poco carino visto che probabilmente l’autore si è fatto una lunga gavetta per arrivare dov’è), può creare situazioni imbarazzanti e rovinare quella dinamica di professionalità.

Nessun autore vorrebbe mai raccomandare una persona che non conosce bene o di cui non ha mai letto varie opere in modo approfondito. La competenza di un aspirante scrittore non risiede solo nella sua abilità stilistica: la capacità di ricevere critiche, di lavorare umilmente con un editor, di promuoversi e sapersi vendere, sono tutte doti importanti per un editore.

E io non vorrei mai che il mio editore – che mi rispetta – pensasse che io non sia capace di giudizio quando si tratta di altri scrittori.

Ma anche se siamo amici, e ci leggiamo a vicenda, chiedermi una raccomandazione diretta è imbarazzante. Potrebbe essere ok se tu mi chiedessi di nominarmi quando fai la tua proposta editoriale, tipo: “sono il beta reader di Titania Blesh e lei mi ha aiutato nella revisione di questo manoscritto”. Ma chiedimelo, prima. Per educazione.

 Come stanno andando le vendite?

Fare questa domanda è un po’ come chiedere a qualcuno quale sia il suo stipendio.

Premetto che sono tra quelle persone che ritengono che parlare apertamente del proprio stipendio possa solo beneficiare i dipendenti, e non ho mai avuto problemi con questo tipo di domande: ne parlo con i miei familiari e con i miei amici… ma c’è chi preferisce di no. Semplicemente, è qualcosa che “non si chiede”.

Allo stesso modo, chiedere le condizioni del contratto editoriale, chiedere se hai ricevuto un anticipo o se stai guadagnando bene con le royalties… beh, è sempre lo stesso discorso.

Ricordiamoci che spesso un autore guadagna così poco di royalties che per avere uno stipendio decente dovrebbe vendere migliaia di libri al mese (e tutti sappiamo che va molto bene se un autore italiano ne vende mille in tutta la sua vita, di copie!). Quindi chiedere quali sono i guadagni… beh, rischi solo di deprimere questo poveraccio.

 Quando esce il seguito del tuo libro X?

Per quanto possa sembrare una domanda innocente, può fare molto male a uno scrittore.

La scrittura è un business, e se il tuo libro non vende, è normale che il venditore decida di rimuovere il prodotto dal mercato. Chiedendo allo scrittore che, come esordio, ha un autoconclusivo con possibilità di sequel, stai infiammando tutta una serie di nodi dolorosi, risvegliando dubbi e insicurezze. In poche parole, con questa domanda stai anche chiedendo:

  • Come stanno andando le vendite del tuo primo libro?
  • Il tuo editore è contento di te come autore?
  • È pronto a investire altri soldi in te?
  • La gente ti legge?

Immaginatevi come può reagire uno scrittore che viene messo di fronte a queste domande, se già la vita in editoria è un inferno anche quando vendi un sacco di copie.

Vi assicuro che se l’autore ha firmato un altro contratto o sta per pubblicare un sequel… sarà il primo a raccontarvelo!

 Scriviamo un libro a quattro mani?

Gente che non ha studiato una pagina di narratologia ma ti adora come autore e ti chiede di scrivere a quattro mani.

Oltre alle richieste che a primo impatto sembrano più insensate dell’acqua dietetica, ci troviamo davanti a una dinamica in cui l’autore più esperto traina il meno esperto.

A meno che i due autori abbiano un rapporto molto stretto, entrambi consapevoli della competenza e professionalità altrui… meglio stare attenti a come ponete questa domanda. O evitare del tutto.

 Ho un’idea geniale da un milione di dollari. Me la scriveresti?

(Tutto questo senza nemmeno offrirti un centesimo per il ghost writing!)

Mi trattengo dall’esprimere il mio parere diretto, ma la mia risposta su quanto le idee sono meno utili della carta igienica a un velo è in questo articolo.

 

 

E per ultimi, i miei personali favoriti:

 Da dove ti è venuta l’idea di questo libro?

Questa purtroppo è una delle domande che ricevo più spesso durante interviste o presentazioni e… ahh, la odio!

Mi mette proprio in imbarazzo! La nascita di un’idea è un momento così riduttivo nella vita di uno scrittore da essere totalmente trascurabile. Probabilmente ero sul cesso che leggevo il retro del flacone del sapone intimo. Oppure sotto la doccia cercando di districarmi i nodi nei capelli. L’idea è un lampo privo di significato, e raccontarne la storia mi sembra sminuire tutto il VERO lavoro che c’è dietro a un libro.

Quindi cercare di spiegare qualcosa di ridicolo, totalmente privo di significato, a chi si aspetta una risposta stupefacente è… beh, imbarazzante. Per me almeno.

 Ma la protagonista del tuo libro sei tu in realtà?

Questa domanda mi fa particolarmente imbestialire, oltre a essere insensibile e da psicologo da quattro soldi.

Chiunque abbia mai scritto un romanzo con serietà sa che non si può semplificare il lavoro di caratterizzazione del personaggio associandolo alla vera identità dell’autore.

È naturale che ognuno dei miei personaggi abbia qualcosa di “mio”. Cioè, è tutto scritto tramite la mia percezione della realtà, quindi è ovvio che alcuni elementi siano parte delle mie conoscenze.

Ma un personaggio viene creato attraverso una serie di filtri, costruzioni e architetture atte a integrarlo alla perfezione in una trama. Non per soddisfare i bisogni dell’autore di vivere in un altro mondo.

 

 

 

In conclusione, vedrete anche voi che molte di queste domande non sono affatto inaccettabili o maleducate. Noi scrittori siamo abituati a ricevere critiche dai nostri beta lettori, recensioni distruttive dai nostri hater, rifiuti e porte sbattute in faccia. Quindi anche la domanda più scomoda è sempre tollerabile.

Ma per evitare situazioni scomode, come sempre, affidatevi al buonsenso!

Struttura Narrativa

La nemesi dello scrittore: la parte centrale

Ah, la dolce metà! Che di dolce non ha proprio nulla. La parte centrale è spesso la nemesi di ogni scrittore.

La parte centrale, o “il secondo atto” (se si lavora in Struttura a Tre Atti), per molti scrittori si rivela la parte più difficile della storia. Spesso comprende il 50-60% del contenuto, ed è una delle cause principali del famigerato “blocco dello scrittore” (strettamente correlata a una pessima scalettatura).

Prima che diventassi una pianificastorie ossessiva, tutto iniziava ad andare a rotoli verso il 30-40% della storia. Mi ritrovavo paralizzata. La storia si faceva debole, faticavo a proseguire, perdevo l’entusiasmo, non sapevo bene quali eventi inserire e in che ordine.

E invece, la parte centrale è estremamente importante per la creazione di quella curva di risalita che prepara il protagonista ad affrontare il climax.

 Perché la parte centrale è tanto difficile? 
  • Per l’autore, è il momento in cui ci confrontiamo con la nostra premessa e scopriamo per davvero se è abbastanza forte da portarci fino alla fine. O i personaggi e la trama reggono, oppure tutto crolla. 
  • Dal punto di vista del lettore, durante il primo atto c’è l’entusiasmo di un libro nuovo, del personaggio sconosciuto e dei suoi problemi. Nel secondo atto, invece, personaggi e conflitti iniziano a essere familiari, e il rischio è che risultino noiosi e ripetitivi, se non troviamo un modo di “speziare” il tutto.
  • Un altro rischio è quello di creare un minestrone di personaggi e conflitti, senza realmente risalire verso il climax.
  Cosa succede nel secondo atto?

Il ruolo del secondo atto, e di tutta la parte centrale, è scagliare il protagonista (e quindi il lettore) fuori dalla “comfort zone” del suo vecchio mondo. Solo in questo modo possiamo garantirci la totale attenzione del lettore.

Il secondo atto ci mostra il nuovo mondo in tutte le sue difficoltà. Il protagonista non si dirige subito verso l’obiettivo principale (che è troppo complesso per avere una soluzione rapida e semplice), ma deve prendersi il tempo per superare dei mini-obiettivi, un passo alla volta.

Poco a poco, il protagonista apprende le regole del nuovo mondo (particolarmente importante nel caso di sistemi di magia e worldbuilding non familiari!), conosce nemici e alleati, incomincia a scoprire se stesso. Non sarà un percorso facile. Ci saranno difficoltà a ogni angolo, per ogni passo avanti ne farà due indietro, ma poco a poco si avvicinerà all’obiettivo principale.

Difficoltà

Uno dei maggiori problemi della parte centrale è che può avere una struttura abbastanza sciolta da dare allo scrittore tutta la flessibilità necessaria per riempirla. Avere la libertà di muoversi sembrerebbe un vantaggio, ma riempire questi spazi non è un processo naturale per tutti gli scrittori (anzi, forse è meglio rimanere vincolati a strutture vincenti, piuttosto che perdersi in divagazioni improvvisate), e non sempre si ottengono i risultati sperati.

Quindi, se ci troviamo bloccati nella dolce metà, ecco alcuni trucchetti per uscirne:

Macro-tecniche

Obiettivo del Personaggio

A volte, la parte centrale di una storia risulta noiosa o debole perché mancano gli elementi per comporla.
Una causa di questo può nascondersi nell’obiettivo del protagonista: se è lo stesso dall’inizio del libro alla fine, molti degli ostacoli che portano avanti l’intreccio non avrebbero più senso.

Per esempio, se Harry Potter avesse saputo fin dall’inizio che doveva sconfiggere Voldemort, non sarebbe mai andato a Diagon Alley a comprare i libri di scuola, non si sarebbe mai messo a giocare a Quidditch o a fare amicizie. Si sarebbe subito preparato per lo scontro finale.

La cosa più normale è che un obiettivo (il WANT) del protagonista si riveli sbagliato!  Al momento del cambio di obiettivo, il protagonista sta cambiando a sua volta! E questo si intreccia benissimo con un arco di trasformazione del personaggio

Ed è proprio per questo che in una scaletta ben strutturata, il protagonista cambia direzione e mira a quello che sarà l’obiettivo finale. E quando lo fa? Nel midpoint, nel punto centrale.

 

La Struttura a Tre Quattro Atti

Hai usato la Struttura a Tre Atti per scalettare tutto e hai scoperto che il secondo atto dura più di metà della storia? Prova a dividere la struttura in quattro atti:

  • Primo Atto (-> 25%) – Status Quo e Incidente Scatenante
  • Secondo Atto (-> 50%) – Nuovo mondo, protagonista reattivo

Qui è dove cominciano a nascere nuovi problemi: il protagonista è costretto ad abbandonare la sua strada iniziale e a muoversi lungo un percorso diverso, che contiene una sfida aggiuntiva.

  • Terzo Atto (-> 75%) – Protagonista proattivo e fallimento

Qui il protagonista decide di agire di testa sua e si muove attivamente verso l’obiettivo finale.

  • Quarto Atto (-> 100%) – Climax e Risoluzione

Ora le cose si incastrano meglio?

Il Midpoint è il momento della grande decisione: il protagonista non tornerà più indietro sui suoi passi e si metterà completamente in gioco, cosa che lo guiderà verso il grande fallimento.

 

 Pinch Point

Abbiamo visto i punti critici già nelle diverse strutture narrative analizzate finora, e già conosciamo cosa sono i “pinch point”. Letteralmente “punto del pizzicotto”, è il momento in cui vogliamo colpire il nostro protagonista con uno schiaffone che lo lascerà stordito e alzerà la posta in gioco.
Ti sei ricordato di inserire i due pinch point?

 

  Spezza la macro in micro-obiettivi

I micro-obiettivi sono quelle piccole azioni che pian piano portano all’obiettivo finale.

Per esempio: in A Colpi di Cannonau, Fiammetta vuole fuggire dall’isola con una nave. Per ottenere l’obiettivo principale (la fuga dall’isola), deve scomporlo in piccole parti: i micro-obiettivi (comprare la nave, restaurarla, trovare i soldi per farlo, non farsi scoprire da suo marito, formare una ciurma, ecc.)

I micro-obiettivi non solo tengono in vita l’intera metà della nostra storia, bensì mantengono il lettore incollato al libro. Ogni micro-obiettivo scatena delle domande: Riuscirà l’eroe a portarlo a termine? Cosa succederà se fallisce?

Ognuna di queste micro-domande forma nuovi agganci per i lettori, nuove sottotrame, e soprattutto tensione costante.

Try/Fail Cycle o “Sì, ma… No, e…”

Ecco un trucco per centrare i micro-obiettivi:

  • Imposta una serie di scene in cui il protagonista cerca di raggiungere dei micro-obiettivi (inerenti al suo obiettivo principale), e deve affrontare una serie di conflitti per ottenerli.
  • “Sì, ma…” Quando ce la fa, nuovi problemi ancora più grossi gli bloccano la strada.
  • “No, e…” Quando fallisce, ci sono conseguenze positive o negative, che aumentano la tensione e danno al protagonista gli elementi per affrontare nuove difficoltà.

 

Azione e reazione

Un altro modo di vedere le micro-trame è il concetto di azione e reazione.

  • Nella fase di azione, il protagonista cerca di raggiungere un obiettivo, scontrandosi con un conflitto esterno o interno, e spesso si ritrova in una situazione ben peggiore. (Questa fase accade in tempo reale, è concitata e di solito forma una “scena”.)
  • Nella fase di reazione si lecca le ferite, ma alla fine si dà una scossa e si rimette al lavoro con un nuovo piano, usando le conoscenze acquisite dall’ultima batosta. (Questa fase di sofferenza può essere rappresentata anche solo con una o due righe, o saltando di netto il momento di sofferenza e passando subito alla nuova azione.)

 

Sottotrame 

Le sottotrame dovrebbero essere tutte collegate alla trama principale. Relazioni, collegamenti, indizi, tutto quanto deve convergere al climax.

Micro-tecniche

Per uscire dal blocco della metà possiamo farci varie micro-domande che dovrebbero smuovere un po’ le acque.

  • Ti ricordi qual è l’obiettivo principale del protagonista?
  • Come rendere il protagonista ancora più consapevole della posta in gioco?
  • Come posso peggiorare la vita al mio protagonista?

Uno dei segreti per proseguire sono le sottotrame. Quali sottotrame possiamo sfruttare quindi?

Sottotrame tematiche
  • Usa il tuo tema come guida. Se il tema di sottofondo del tuo romanzo è il rispetto per l’ambiente, puoi inserire micro sotto-trame che mostrino alcuni di questi elementi: una persona che usa troppa magia e scatena un incendio per errore, bruciando un bosco intero, e tutte le conseguenze provocate da un gesto sconsiderato
  • Attenzione: questo non significa inserire elementi a caso solo per riempire spazio, ma usare il tema come guida per costruire l’intreccio. Ogni elemento della storia deve essere fine alla storia stessa. 
Foreshadowing: inserisci elementi utili per il futuro
    • Crea connessioni e legami che potrai sfruttare a sorpresa nel secondo atto.

Per esempio, se l’incidente scatenante è che la figlia della protagonista viene rapita, magari viene rapita dopo che lei e la madre hanno litigato, perché la madre è andata a fare una ramanzina al nuovo fidanzatino della figlia. Il fidanzatino potrebbe essere un personaggio (o un elemento) da aggiungere più avanti mentre la mamma massacra a colpi di mitra i cattivi per salvare la figlia.

  • Aggiungere piccoli dettagli o elementi all’inizio della storia ti permette di riprenderli in mano più avanti e sfruttarli per espandere la trama, senza trovarti in un vicolo cieco.

 

Aggiungi un personaggio urticante
    • Un modo per rendere difficile la vita al tuo eroe è farlo imbattere in un personaggio odioso, meglio se non si tratta dell’antagonista, perché già ci aspettiamo tensione tra di loro. Un personaggio irritante può rinfrescare la parte centrale della storia e aiutare l’eroe nella sua crescita (pensate a Draco Malfoy in Harry Potter!)
    • Il personaggio urticante però non deve per forza essere malvagio o maleducato. Deve provocare una reazione, proprio come un’ortica. Deve semplicemente comportarsi in modo da complicare la vita del protagonista e rendere il suo obiettivo più difficoltoso. Se il protagonista sta cercando di ottenere il suo obiettivo attraverso la strada più facile, questo personaggio lo obbligherà a percorrerne una più complicata.
    • Sconfitta e frustrazione sono sentimenti che portano l’eroe a reagire e di conseguenza fanno parte del suo arco caratteriale.
Gioca con le debolezze del protagonista
    • Fai scontrare il protagonista con le sue paure e le sue debolezze. Se è terrorizzato dalle altezze, magari per raggiungere il suo obiettivo deve scalare una parete di roccia.
Complica la situazione a livello etico
    • Fai leva sull’etica del protagonista. Ogni personaggio ha delle credenze e un’etica personale. Presentagli un dilemma (direttamente o indirettamente o tramite il personaggio urticante) che esige una scelta. Una scelta che può sovvertire tutti i suoi valori.

Se siete bloccati nella parte centrale, prendete una manciata di questi consigli e mettetevi a scrivere.

Ma il suggerimento più importante in assoluto, è questo:

Scrivi senza mai fermarti. Arriva alla fine del romanzo senza guardarti indietro.

Tutto prenderà un senso. Una volta che avrai la visione complessiva della storia, tagliare via una scena inutile o ritoccarne un’altra per aggiustare il midpoint diventerà una passeggiata. 

Ma, almeno, quella maledetta metà sarà nero su bianco, una volta per tutte.

Narrativa e Generi

Narrativa Fantasy e Sottogeneri

Cos’è la narrativa fantasy, e perché è così difficile definirla con precisione?

La prima cosa che molti tendono a immaginare quando si parla di fantasy è l’universo di Tolkien. Mi preme calcare il fatto che il genere è infinitamente più vasto di “elfi, nani e orchi”.

No, sul serio. Se Tolkien è l’unica forma di fantasy che ti viene in mente, probabilmente non hai letto altro nella tua vita.

Spesso chi dice di odiare il fantasy ne ha senza dubbio già letti (e amati) senza nemmeno rendersene conto.

E questo è perché ci sono innumerevoli sfumature del mondo della fantasia.

Come ho scritto nel precedente articolo sulla narrativa di genere, tutti i romanzi incorporano diversi componenti di altrettanti generi letterari, e spesso la sola presenza di elementi speculativi o di fantasia non è sufficiente a descrivere ciò che stiamo leggendo.
Per questa ragione, il fantasy è in continua evoluzione e, per meglio inquadrarlo, sono state create ulteriori etichette che chiameremo sottogeneri.

 

Prima di addentrarci nelle sue sfumature, possiamo dividere il fantasy in due grandi categorie, che racchiudono un insieme di ambientazioni e tematiche:

High Fantasy vs Low Fantasy

Le ambientazioni High Fantasy presentano mondi immaginari caratterizzati dalle proprie regole magiche, fisiche e naturali. Gli archetipi High Fantasy sono quelli che abbiamo imparato ad associare al Signore degli Anelli: la lotta del bene contro il male, la missione cruciale da cui dipende l’intera sopravvivenza dell’universo, la figura del prescelto o l’eroe.

Nelle ambientazioni Low Fantasy, la storia si svolge spesso nel mondo reale, turbato da elementi di natura magica o sovrannaturale. I personaggi tendono a essere persone ordinarie.

Urban Fantasy

Uno dei sottogeneri Low Fantasy dall’identificazione più immediata. Ambientato in luoghi realmente esistenti, combina elementi fantastici alla vita di tutti i giorni.

Anche le opere con supereroi possono essere considerate urban fantasy.

Per esempio: The Reckoners di Brandon Sanderson.

Fantasy Storico

Come dice il nome, è una versione più “antica” dell’urban fantasy. Ambientato in epoche passate, si impegna a dare importanza all’accuratezza storica, agli abiti e alle tradizioni del periodo. Pur essendo profondamente speculativo nella sua natura fantastica, cerca di affiancarsi a eventi realmente accaduti o catapulta personaggi inventati in un’ambientazione già definita dalla storia.

Per esempio: A Colpi di Cannonau (di questa scema che scrive articoli) o Dolomites – Cuore di Rovi, di Sara Simoni. 🌹

Dark Fantasy

Combina elementi di fantasy e horror, sbilanciandosi verso quest’ultimo. L’ambientazione è cupa, buia. Il tono è mirato a creare e mantenere ansia e tensione nel lettore.

Romance Fantasy

Più conosciuto nella sua accezione di “paranormal romance”, presenta forti elementi del romanzo rosa ma con l’incognita del fantastico. Qui troviamo la più grande concentrazione di vampiri, lupi mannari e individui tenebrosi. 🧛🏻‍♀️

Steampunk

Un ibrido tra fantasy e fantascienza, la tecnologia è “meno avanzata” e spesso associata a elementi fantastici. L’epoca prediletta è quella vittoriana e non si può parlare di steampunk senza pensare a ingranaggi, meccanismi e cappelli a cilindro. ⚙️

Favole e Fiabe

Anche le favole che ci raccontavano da piccoli fanno parte del genere, così come l’epica antica. Addirittura si dice che l’Odissea sia il primo fantasy mai scritto.

Post-Apocalittico

La fine del mondo è arrivata e solo pochi esseri umani (o no?) sono sopravvissuti. Un futuro in cui ogni cosa è stata distrutta dalla guerra, dalle radiazioni, da un virus o da un cataclisma.

A seconda del livello di tecnologia e di aderenza alla scienza o pseudoscienza, il sottogenere può rientrare anche nella fantascienza.

Epic Fantasy

Caratterizzato da un worldbuilding esteso, l’universo e le sue caratteristiche fantastiche influenzano su larga scala i protagonisti. L’epic fantasy è noto per dare origine a tomi massicci dovuti all’ambientazione dettagliata e a molteplici sottotrame. Nell’epic fantasy più classico possiamo trovare grandi battaglie campali e un’ambientazione medievale/europea, dove la caratteristica determinante è l’eterna lotta tra il bene e il male.

Per fortuna sempre più autori moderni si stanno distaccando dagli stereotipi per creare mondi unici, con sistemi di magia, worldbuilding e personaggi che si allontanano dai tropi ricorrenti.

Opere maestre di epic fantasy (e profondamente diverse tra loro) sono Il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien e Le Cronache della Folgoluce di Brandon Sanderson.
Volete leggere un epic fantasy tutto italiano? 
I Trionfi del Vuoto di Masa è quello che fa per voi.

➡️ Questa breve lista lascia subito intendere quanto i sottogeneri del fantasy possano essere infiniti una volta combinati tra di loro. Avere un “etichetta” per la propria opera è importante ai fini di marketing o per la posizione negli scaffali, ma non è sempre così facile trovare una giusta identificazione.

Come per il mio romanzo young adult Chelabron. 🦀
Riesci a indovinare il suo genere principale?

Narrativa e Generi

Romanzo, Novella, Racconto…

Come sappiamo se la nostra opera d’arte è un romanzo, una novella o romanzo breve, o un racconto?

Semplice: grazie alla sua lunghezza.
Alle sue dimensioni.
Al… va beh… avete capito.

Le dimensioni contano!

Il numero di parole, battute o cartelle definisce il formato dell’opera, ed è un numero molto interessante per l’editore a cui andremo a presentarla.
Dovremmo sempre avere la cura di precisare la lunghezza del nostro dattiloscritto, perché sforare dagli standard editoriali è uno dei migliori modi per ottenere un rifiuto.

Quindi quali sono i fantomatici conteggi che identificano il formato?

  • Flash Fiction (Microstoria): 50 – 3.500 parole (300 – 21.000 battute)
  • Racconto (o Racconto Breve): 3.500 – 7.500 parole (21.000 – 45.000 battute)
  • Racconto Lungo (Novelette): 7.500 – 17.000 parole (45.000 – 102.000 battute)
  • Romanzo Breve (Novella): 17.000 – 40.000 parole (102.000 – 260.000 battute)
  • Romanzo: più di 40.000 parole (più di 260.000 battute)

Il conteggio delle parole di un romanzo può variare in maniera sensibile in base al genere.

Per le pubblicazioni moderne, un romanzo oscilla tra le 80.000 e le 120.000 parole. Editori e agenti tendono a essere piuttosto severi in merito, in particolar modo con gli autori esordienti e senza un pubblico certo.

In Italia la tendenza è dalle 90.000 parole in giù. Da noi, non è un mistero, si legge poco. La pubblicazione di un libro “massiccio” ha costi notevoli e le case editrici non possono rischiare di andare in perdita con un autore esordiente (e non).

A riprova di questo, basti vedere quante case editrici hanno diviso grandi romanzi in più libri (Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di George R.R. Martin, pubblicato in più volumi da Mondadori, o Dormire in un mare di stelle di Christopher Paolini, brutalmente spezzato in due).

Conteggio parole per genere

Rosa o Romance

Tra le 50.000 e le 100.000 parole, la lunghezza dei rosa può variare di molto a seconda del setting in cui si svolge. I romanzi rosa possono essere fantasy, fantascienza, paranormal romance o storici. In questi casi, gli autori devono prestare attenzione all’ambientazione e alle sue regole. Per quanto riguarda i romanzi rosa contemporanei o “chick lit”, il conteggio parole può essere molto più basso.

Gialli, Thriller, Horror

Questi libri possono dirsi al sicuro tra le 70.000 e le 90.000 parole.

Si tratta di generi carichi di tensione narrativa e suspense, che mirano a far trattenere il fiato al lettore in maniera spietata, solitamente con setting già familiari. Di conseguenza, non possono perdersi in centinaia di migliaia di parole, o il lettore potrebbe rischiare di stancarsi.

Storici

Intorno alle 100.000 parole.

Libri per Bambini

La loro lunghezza dipende dall’età a cui sono indirizzati.

Dai libri illustrati ai racconti per bambini, si parte dalle 5 pagine per arrivare alle 25.000 parole.

Young Adult

Pur non trattandosi di un genere ma di un pubblico, i romanzi YA variano dalle 40.000 alle 90.000 parole, a seconda del genere di appartenenza. Come linea generale, dovrebbero essere più “contenuti” in confronto al rispettivo genere per adulti.
Se si tratta di fantasy o fantascienza, ci sono quelle 10-15k parole in più di margine per il setting.

Fantasy e Fantascienza

La lunghezza ottimale è tra le 90.000 e le 120.000 parole, anche se in Italia per un esordiente è sempre meglio cercare di spostarsi verso il limite inferiore.

I romanzi fantasy e di fantascienza sono più “massicci” rispetto ad altri generi perché l’ambientazione e il worldbuilding richiedono il loro spazio. Editori e agenti sono tolleranti verso l’eccesso di parole perché spesso il pubblico vuole “il mattone” a tutti i costi.

Perché? Da amante della letteratura sci-fi e fantasy, posso rispondere con certezza: i personaggi hanno un arco più lungo, il mondo ha il tempo per diventare un luogo familiare, la trama (che spesso va di pari passo con il personaggio) può permettersi di essere estremamente complessa. In poche parole, un romanzo lungo, magari una saga, mi consente di affezionarmi a quello che sto leggendo.

Le case editrici sono pronte a rischiare solo per autori il cui nome è una promessa.

Ecco alcuni esempi di epic fantasy che sforano senza alcun ritegno (e fanno bene!):

  • I Pirati dell’Oceano Rosso, Scott Lynch: 200.000 parole
  • La Via dei Re, Brandon Sanderson: 387.000 parole
  • A Game of Thrones, George R.R. Martin: 284.000 parole
  • La Paura del Saggio, Patrick Rothfuss: 399.000 parole

Fantascienza

  • Hyperion, Dan Simmons: 178.000
  • Leviathan Wakes (The Expanse), James S.A. Corey: 182.000

Oppure prendiamo in considerazione Harry Potter.

  • Harry Potter e la Pietra Filosofale, J.K. Rowling: 76,944
  • Harry Potter e l’Ordine della Fenice, J.K. Rowling: 257,045

Appare evidente che il primo libro della saga è stato scritto per rispettare gli standard editoriali (sforando anche leggermente) di un romanzo fantasy per ragazzi, mentre con Harry Potter e lOrdine della Fenice, la Rowling ha potuto dedicare tutto lo spazio a disposizione all’evoluzione dei personaggi (pensate a quanto cambia Harry in quelle pagine!) e all’ambientazione che ci è tanto cara.

 A Colpi di Cannonau, il mio primo romanzo, è di 85.000 parole. Ho dovuto tenere sotto controllo la lunghezza già in fase di outlining per essere sicura che sarebbe stato adeguato agli standard.
Chelabron, il mio secondo, ha un worldbuilding molto complesso e, pur essendo YA, arriva a 95.000 parole.

Come sempre, non preoccuparti eccessivamente della lunghezza del romanzo in prima stesura. Sforare questi limiti (in eccesso o in difetto) di 20k parole non è un danno irrimediabile. Il tuo editor sarà in grado di limare le parti superflue e la prosa ridondante per adeguare il manoscritto ai conteggi ottimali.

Certo, se ti prepari con una scaletta che segue i giusti atti e snodi della trama, di certo avrai vita più facile!

Revisione

Tono, Atmosfera, Stile

“Non usare questo tono con me!”

Hai notato come ogni storia è in grado di lasciarti addosso una sensazione particolare? Un retrogusto diverso? Sto parlando dell’atmosfera, che a sua volta è generata da una combinazione di tono e stile.

Il tono è dato dal comportamento del narratore (che, ricordiamoci, in narratologia moderna corrisponde con il punto di vista del personaggio) nei confronti degli eventi, dell’ambientazione e degli altri personaggi.

Le parole che usiamo hanno un impatto cruciale sull’interesse del lettore. Un libro può essere anche ben scritto, con tutti gli elementi di trama, personaggi e ambientazione al loro posto, ma se il tono è carente, rischierà di esserlo anche il resto.

A cosa serve il tono?
A rivelare delle intenzioni, oppure a nasconderle.

Il tono che usiamo scatena una risposta emotiva nel lettore: dobbiamo cercare di mirare al controllo assoluto di ciò che trasmettiamo. Questo si applica innanzitutto nella comunicazione di ogni giorno.

Se il tuo capo ti manda un messaggio con scritto “Quando hai cinque minuti ti devo parlare”, suonerà ben diverso da “Hai cinque minuti fare per quattro chiacchiere?”. La prima domanda mi fa scattare quaranta campanelli d’allarme e battere il cuore a mille (beh, io sono particolarmente ansiosa), nel secondo caso rimarrò – tendenzialmente – rilassata.

Immagina di chiedere qualcosa a una persona a cui tieni. Le risposte sono: “ma certo”, “assolutamente sì”, “ok”, e un maledetto pollice in su. Tutte significano ‘sì’, ma il sottotesto cambia brutalmente.

Questa magia è possibile grazie al tono.
E purtroppo, spesso il nostro tono non trasmette quello che davvero intendiamo dire.

Mentre in un film è facile gestire l’atmosfera con luci, filtri e colonna sonora, uno scrittore non ha questi trucchi a disposizione. Ha solo le parole, come le sceglie, e come le trasforma in frasi.

 

E allora come possiamo lavorare sul nostro tono per ottenere un risultato efficace?

Atmosfera

L’atmosfera è ciò che il lettore percepisce mentre legge la scena.

Così come quando parli con qualcuno, il tono nella scrittura influenza la reazione e la risposta dell’interlocutore (o lettore, in questo caso). Se il pezzo suona cupo, teso, il lettore rispecchia quelle emozioni e si prepara a provare tensione. Se l’autore trasmette rabbia attraverso ogni parola, il lettore dovrebbe sentirla riecheggiare dentro di sé.
Insomma… facile come alzarsi la mattina con il sorriso.

Comportamento del personaggio

Una scena raccontata attraverso il punto di vista del protagonista può assumere toni paurosi o spericolati, distaccati o increduli, petulanti o arroganti. Attraverso gli occhi del personaggio, la storia assume nuove sembianze. Probabilmente, la stessa situazione nella realtà ci farebbe scaturire emozione diverse, ma quando il lettore diventa il personaggio stesso, dovrebbe anche riuscire a provare emozioni simili.

Il tono è un ottimo device narrativo per rivelare la personalità del protagonista e le sue motivazioni. Come risponde a una determinata situazione rivela molto del suo carattere.

Attenzione: anche ciò su cui si focalizza per prima l’attenzione del personaggio è cruciale per il tono. Se entrando in una stanza con un cadavere e un dildo di gomma, il protagonista si focalizza su quest’ultimo, probabilmente è uno dei miei personag… ehm, probabilmente è abituato agli omicidi!
(Pro-tip: questa è anche una tecnica di Show Don’t Tell!)

Reazioni

Un modo ancora più preciso per stabilire il tono di una storia (anche attraverso un superbo uso dello Show Don’t Tell) è mostrare le reazioni del personaggio a determinati eventi o rivelazioni. Indifferente, confuso, emozionato, disperato?

Stile

Il tono è ottenuto tramite la scelta delle parole e il loro ordine, la sintassi e come decidiamo di costruire la frase. Questo ne determina la cadenza.
Il tanto famigerato stile non si limita solo a essere “moderno”o “immersivo”, ma è costituito da un arcobaleno di possibilità.

 

Voce

Usa la tua voce. Ho scritto un articolo dedicato alla voce ed è un concetto complesso. Se ne hai una e ne sei consapevole, usala: è una delle tante ragioni per cui un lettore ti rimarrà fedele.

 

La scelta delle parole

Diverse parole con lo stesso significato possono trasmettere un tono diverso. Il senso che diamo alle frasi e alle parole determina il tono. Se dico “capanna in un bosco” la mia mente pensa subito a pace, armonia e tranquillità, ma in un contesto di narrativa horror potrebbe trasmettere pericolo, isolamento, paura. Dipende tutto dalle parole che usiamo e dal contesto in cui sono inserite.

 

Elementi e percezioni

Come reagisce il protagonista a odori, suoni, tatto? Questi elementi possono cambiare il tono. Una squillante risata di un bambino in un parco giochi in pieno sole ha tutto un tono diverso dalla risata di un bambino in un cimitero a mezzanotte.

 

Dettagli e descrizioni

Una situazione può essere descritta in una maniera generale, atona, oppure può avere infinite sfumature.

Per esempio: “Il mio collega è morto” può diventare “il mio collega è stato investito da un ubriaco alla guida” o “il mio collega è perito sconfiggendo il signore oscuro” o “il mio collega è stato soffocato da un cagnolino che non smetteva di leccargli la faccia”. Ognuna di queste frasi ha un’atmosfera diversa che definisce il tono di quello che abbiamo scritto.

Con dettagli più precisi, il tono si fa anch’esso più specifico.

 

Punteggiatura

La punteggiatura può avere un grande impatto. Frasi lunghe, ricche, complesse, trasmettono una determinata sensazione. Punteggiatura frequente, numerosi “a capo”, frasi brevi e d’impatto, sono più mirate a creare tensione, a lasciarti con il fiato sospeso.

 

Stabilisci il tono dalla prima riga

Per questo punto, ti consiglio di leggere il mio articolo sull’incipit e il mio articolo sulla prima frase!

Coerenza

Cerca di mantenere un tono che funziona dall’inizio alla fine del libro.
Non dimenticare che il tono deve rispettare la coerenza del personaggio e del momento. Se un personaggio è felice, tutte le sue azioni, i suoi pensieri e le parole che dice dovrebbero riflettere quella gioia. 

Se ti sembra che una scena non funziona proprio come dovrebbe, forse c’è un’incoerenza nei toni o nell’umore. Ed è qui che i beta reader possono aiutarti a percepire se c’è qualcosa che non funziona.




Qualunque cosa tu scelga di fare, non ti ossessionare in prima bozza. Il tono e l’atmosfera si aggiustano e consolidano nelle numerose fasi di revisioni, alpha-beta-gamma lettura, e negli editing professionali.

Revisione

Incipit – Il Primo Capitolo

Sei anche tu uno di quei lettori che, in libreria, sceglie il libro dalle prime righe?
Se sì, puoi immaginare l’importanza di un incipit capace di lasciarti senza fiato. Un primo capitolo che ti trascina all’interno della storia senza che tu ne possa più sfuggire.
E secondo te, quale criterio usano le case editrici per capire se vale la pena continuare a leggere la tua storia?
Esatto, hai capito.

In questo articolo parlerò di alcuni trucchi per rendere il tuo incipit indimenticabile.

Prologo? Solo se assolutamente indispensabile

Molti agenti preferiscono passare una notte di fuoco con Jabba the Hutt che spararsi un prologo in vena.
I prologhi tendono a infangare l’incipit perfetto. Spesso finiscono per essere infodump pallosi di worldbuilding senza alcun tipo di conflitto se non il male cosmico che minaccia il mondo.
Questo non significa che tu debba per forza scartare il prologo. Se non puoi proprio farne a meno, assicurati che trasmetta tutto il potere del tuo libro.

[N.B. Questo discorso si applica tendenzialmente ad autori non affermati che devono impressionare una casa editrice o che non hanno ancora un pubblico “che si fida”.]

La prima frase. Hook!

La prima frase deve agganciare.
Cerca di non iniziare con cliché, con il tempo o con descrizioni pallose. Soprattutto non iniziare con il protagonista che si sveglia!
Pensa invece a una frase che crei intrigo e curiosità nel lettore.

La voce!

Se hai letto i miei libri, sai che la prima cosa su cui punto è la voce.
Ognuno ha la sua, ma la regola è sempre la stessa:
Fatti riconoscere.
Fatti sentire.
E questo non significa usare prosa forbita e ricca di aggettivi poetici – au contraire, così fai morire ogni voglia di vivere al lettore. Sii chiaro. Diretto. Specifico.
Non ti dilungare, vai dritto al sodo.
Usa il metodo KISSKeep It Simple, Stupid.
Da’ il tuo massimo nelle prime righe, spara tutte le cartucce.

Con voce, mi riferisco anche (o solo?) alla voce del personaggio. Do per scontato che all’alba del 2021 tu stia usando un narratore interno immersivo (che sia in prima o terza persona), quindi fammi sentire la sua voce.
Fai parlare il tuo personaggio. Fammelo conoscere attraverso i suoi dialoghi, fammelo conoscere con una dose in vena di puro sottotesto. I dialoghi sono stupendi. Sono come la pizza.

(Soprattutto se i tuoi personaggi sono arguti e hanno la lingua affilatissima ma, ehi, questa è una scelta personale!)

Inserisci il tono

Pensa a qual è il tono portante della storia e cerca di trasmetterlo al lettore fin dalle prime righe.
E poi cerca di mantenere questo tono fino alla fine. Un inizio che ha poco a che vedere con il resto del libro è un pessimo modo per presentarti ai tuoi lettori. Tipo un pervertito con l’impermeabile.

Scatena la sua curiosità

Non è facile agganciare il lettore, e devi stare molto attento a come ti muovi.
Devi inserire il giusto quantitativo di mistero, ma in modo non confuso e caotico. Devi illuminare poco a poco il percorso, rivelando pezzetti qua e là e mostrando che tu, autore, sei in controllo. Sai cosa stai facendo.
Stai dicendo al lettore: “Tranquillo, presto scoprirai il significato di questo termine. Presto capirai cosa sta succedendo. Sei curioso? Vedrai che le tue domande otterranno risposta. E sarà incredibile.”

Quindi miscela con attenzione il giusto mistero, la giusta confusione, e i giusti momenti di illuminazione.

Inizia in medias res

Fai incominciare la storia il più tardi possibile. Con “più tardi” si intende al limite della tensione, dritto al sodo. Il primo capitolo è certo l’inizio del tuo romanzo, ma non deve essere l’inizio della storia del protagonista. Buttalo già in mezzo al casino! Giusto all’orlo della comprensione, senza dare il tempo al lettore di pensare troppo, o di capire, senza fargli mettere in dubbio se valga la pena leggere o no.

Sei già sulle montagne russe, bello mio! Troppo tardi per ripensarci, adesso non ti stacchi finché il giro è finito!

(A meno che si rompa il carrello. Autore, questa è la tua responsabilità nei prossimi capitoli!)

Le tre parole magiche: Tensione. Conflitto. Pizza.

E NO! Medias res non vuol dire per forza “azione”!

Iniziare in medias res significa iniziare nel mezzo del conflitto. Ma tensione non è sinonimo di azione.

Per questo non sempre iniziare con una scena d’azione intensa (combattimento, sparatoria, fuga da mostri affamati, sesso selvaggio) è l’idea migliore. Se il lettore non prova affiatamento per il protagonista, sarà difficile che gli importi la conclusione dell’azione. Starà ancora aspettando la ragione per cui dovrebbe tenerci!

Per goderci una scena d’azione con il fiato sospeso, dobbiamo anche avere qualcosa da perdere, non basta seguire le rocambolesche avventure di un perfetto sconosciuto. Senza profondità del personaggio, senza contesto, la scena d’azione risulta vuota e non lascia nulla.

Piuttosto crea un mini arco

Il primo capitolo è un ottimo punto per mettere in pratica la questione dei mini-archi per superare i problemi del midpoint (ne parlo in un altro articolo che pubblicherò a breve).
Crea un mini arco, un crescendo e una risoluzione con il suo proprio conflitto (che in seguito potrebbe diventare il vero conflitto della storia, ma all’inizio è trattato a livelli più “piccoli”).
Questo non significa che il primo capitolo debba essere autoconclusivo, ma non è sempre necessario pensarlo solo come un’escalation verso l’inciting incident.

Il tuo protagonista

Il tuo protagonista ha un unico compito: far sì che me ne freghi qualcosa della sua storia.
Se alla fine del primo capitolo non me ne frega nulla del tuo protagonista, se non siamo in qualche modo connessi… ciao, next!

Non mi deve per forza piacere, bada bene. Non mi deve stare simpatico, o sembrarmi morale, o ricordarmi me stessa.
Non devo sapere tutto su di lui.
Ma me ne deve fregare qualcosa. Fammi provare emozioni per lui, fammi provare paura, schifo, curiosità. Mostrami che è una persona interessante e che la sua storia ha rilevanza, che il suo obiettivo potrebbe – in un mondo ipotetico – essere anche il mio.
Dammi un obiettivo, dammi un personaggio pronto a seguirlo, e mi hai fatta tua. (Metaforicamente, eh.)

Non ce ne frega del passato del tuo personaggio

No, giuro.
Non ce ne frega nulla, non nel primo capitolo.
Non mi raccontare i suoi traumi infantili, non mostrarmi flashback, non raccontarmi nulla del suo passato a meno che mi serva nell’immediato di quella scena.
Del tuo personaggio vogliamo solo sapere l’obiettivo, e dobbiamo rimanerne coinvolti.
Ci sarà l’intero romanzo per esplorare la sua backstory.

Oddio non ci interessa nemmeno del suo aspetto!

Cosa c’è peggio di un incipit con un infodump del paesaggio e del tempo? Un infodump con la descrizione del tuo personaggio. Brrr. 
Per coinvolgere i tuoi lettori, fai in modo che il tuo personaggio stia facendo qualcosa di figo che rifletta la sua personalità.
Perdincibacco, non farli guardare nello specchio. No, grazie, nemmeno se sono nudi.
I suoi addominali scolpiti me li puoi mostrare tra una dozzina di capitoli, se proprio ci tieni. (E io ci tengo, grazie!)

Ma ci interessa del suo conflitto!

Qual è la posta in gioco? Cosa rischia il protagonista? Cosa può ottenere? La sua vita cambierà? Riuscirà a portarsi a letto quel manz… ah ok, va beh.
Quesiti interessanti.
Il conflitto deve essere importante, non solo per il protagonista, ma anche per il lettore. Deve avere una certa risonanza.
Il conflitto è ciò che nutre il lettore. Il primo capitolo deve essere un roller coaster senza cinture di sicurezza che porta sempre più in alto, verso il rischio.

Tutto dipende da come stabilisci la posta in gioco e l’obiettivo del personaggio. L’obiettivo può essere qualcosa di grande e importante, o qualcosa di personale.
Salvare l’universo, sconfiggere un tiranno, entrare a lavorare nel cervello di un granchio gigante o rubare una caravella per giocare a fare la piratessa.
Il vero elemento chiave è l’importanza che questa azione ha per il protagonista.

E ovviamente non deve essere facile da ottenere. Per creare la giusta tensione, l’inseguimento di questo obiettivo deve mettere a rischio qualcosa, che sia una relazione, una necessità mentale, o la sua stessa vita.

Raise the stakes! (Alza la posta in gioco, mannaggia a te!)

Dove, come quando?

Un’altra cosa da stabilire nel primo capitolo è il dove e il quando.
L’ultima cosa che vogliamo è che il lettore si senta un Marty McFly sfondato di erba fino alla punta dei capelli e ribaltato su un sedile della DeLorean.

Però attenzione: mettimi dell’infodump in tell, e lancerò il libro fuori dalla finestra con tanta forza da creare un boom sonico. Quindi introduci i tuoi dettagli centellinandoli e con cautela, senza mai trattare il lettore come un idiota.

Accenna al Tema

A volte il tema è sparato in faccia al lettore, a volte è molto più sottile e presente nel sottotesto del libro (indovina quale è la mia preferenza? lettore intelligente, ce lo ricordiamo?). In ogni caso, il tema della storia è un elemento critico.

E dovrà essere accennato, in un modo o nell’altro, in maniera più sottile o più eclatante, anche nel primo capitolo.

 Il Primo Capitolo deve dare un’idea dell’intera storia

Nel primo capitolo devi catapultare il lettore nella storia che racconterai: in una sola occhiata, deve orientarsi con ambientazione, tono, tempo, tipo di azione, protagonista, motivazioni, accenno di conflitto, tema.

Lo so, è così difficile da essere quasi impossibile. Ma è la cosa più importante che tu possa fare.
Il primo capitolo deve contenere tutto.

Questa è la tua promessa al lettore.

Non inserire troppi personaggi, troppi nomi nuovi o troppi concetti complicati

R’slafkk scivolò sul pavimento di Karbhjolite, producendo uno sbuffo di Hubris capace di stordire un Mastodonte Urbolettico delle Praterie di K’hel’zha’fur. Kirahhh lo ammirò con ardore, sospirando, le dita premute contro l’armatura ultrasonica iperpower, le labbra frementi. “Questo manoscritto è cestinato, stronzo.”

 Concludi con un aggancio

Fammi incuriosire. La curiosità nutre il lettore.
Curiosità=Pizza.
Se riesci a farmi chiedere “voglio sapere cosa succede!” hai vinto.

 Riscrivilo. Riscrivilo decine di volte

Puoi naturalmente iniziare a scrivere la prima bozza dal Capitolo 1, ma solo quando avrai la visione completa di tutta la storia, allora potrai tornare a macellare l’incipit. Dovrai magari aggiustare il tono, o come trasmetti il tema, o se hai dato le giuste informazioni riguardanti il worldbuilding e il background.

Dedicaci tutto il tempo necessario.
Una volta pronto, passalo agli alpha reader.
Poi riscrivilo.
Poi passalo ai beta reader.
E riscrivilo.
E indovina un po’?

Scommetto che anche l’editor te lo farà riscrivere, alla fine.